giovedì 2 aprile 2015

INGENUITA', DIFETTO O QUALITA' ?

Guarda!, vedi i delfini?, mi disse mio padre, sono lì, li vedi? Dove?, non li vedo. Lì, insistette puntando il dito nell'immensità del mare. Stanno saltando, increspano le acque... Ma il mare è un po' mosso, non li vedo, non li distinguo, ma dici sul serio? Tu, li vedi veramente? Certo, guarda bene, proprio lì. Beh, sì, forse, mi pare; sì sì, li vedo, gli risposi alla fine. Ah, allora sei proprio ingenua, non c'è nessun delfino, non dovresti lasciarti suggestionare... 
Questo fu un dialogo che ricordo bene anche se ero piccola, all'inizio della scolarizzazione. Mi segnò. Provai una grande umiliazione e mi sentii tradita. Non riuscii a spiegargli di averlo assecondato pur consapevole di non aver visto quello che a lui sembrava certo e ben visibile. Non riuscii a spiegargli che era tanta la mia fiducia in lui che non me la sentivo di smentirlo e di non condividere la sua intensa gioia di quell'avvistamento tanto inusitato. Quando mai si era visto un gruppo di delfini dalla riva del mare a Jesolo? Se li stava vedendo, e insisteva così tanto, avrà voluto dire che c'erano davvero, pensai. Che motivo avrebbe avuto di mentirmi, lui che voleva bene a me che di bene gliene volevo tanto? Poteva darsi, ricordo che ragionai, che mio padre, fortemente miope, con l'ausilio dei suoi occhiali senza montatura da intellettuale romantico, risultasse  avvantaggiato rispetto a me che, allora, ne ero senza. 
Il ricordo di questo dialogo mi stimola a riflettere, a distanza di tanto tempo, su cosa sia l'ingenuità, questo tratto caratteriale che peraltro ancora non mi ha abbandonata e che ancora caparbiamente difendo. 
Non si tratta di stilarne un elogio, una eccessiva ingenuità condanna ad essere vittima designata del furbo, piuttosto si tratta di vedere se al mantenimento in qualche misura di tale caratteristica, possa corrispondere, tutto sommato, più una qualità che un difetto. 

Non si tratta di elogiare l'ingenuità idiota del principe di Dostoevskij o degli adepti di Scientology o di altre più pericolose sette dove un guru demoniaco miete le sue vittime; non è mio intento parlarne come di un pregio dunque, ma mi preme trattarne come di una qualità. 
Vorrei riferirmi al tipo di ingenuità che è richiesta nell'amore il quale, per definizione, non può mai prescindere dalla fiducia. 
La fiducia, infatti, implica sempre degli sforzi di conoscenza, di comprensione, di adattamento e non è mai del tutto acritica, idiota o passiva. Nemmeno quando scaturisce da un ipodotato come Forrest Gump, il cui quoziente intellettivo di 74 è limitato. Lontano mille miglia dalla massima di Hobbes, “homo homini lupus”, per il quale la diffidenza sarebbe all'origine della società, lontano dal pensiero di La Fontaine che considera la diffidenza “madre della sicurezza”, Forrest vanta una fiducia incrollabile e sa cavalcare egregiamente la propria ingenuità. Grazie a questa, stringe legami solidi, come quello che la sua mamma aveva stretto con lui, fondati sulla stima, sulla positività, la bontà e la leggerezza del vivere intesa come la intende Italo Calvino nel suo mirabile “Lezioni Americane”. La forza di Forrest Gump sta proprio nella sua ingenuità disarmante, tale e quale a quella di un bambino, forza che ha un potere attrattivo sul bene e che gli regalerà alla fine fortuna e ricchezza negli affetti. Ci guadagnerà l'affetto riconoscente di Bubba, l'amico salvato assieme alla  famiglia dalla povertà in quanto compagno nell'avventurosa impresa della pesca ai gamberetti; l'affetto del Tenente da lui salvato una prima volta eroicamente in Vietnam e una seconda volta dalla sua drammatica condizione di reduce mutilato e traumatizzato dalla guerra; l'affetto profondo di Jenny, amica d'infanzia prima e sua moglie poi, ed infine quello del suo adorabile figlioletto.  Pur nella limitatezza delle sue capacità cognitive, Forrest Gump non smette mai di utilizzare gli strumenti dell'analisi, della conoscenza e dell'esercizio di un' ingenua quanto efficace difesa dalle avversità e dai nemici. Fin da piccolo, per sottrarsi alle angherie degli altri bambini, sceglie di scappare affinando, non senza una ferrea determinazione e un costante sforzo, la sua unica difesa: correre. Più tardi la sua mirabile autodisciplina ne farà uno sportivo degno di ammirazione come impareggiabile giocatore di ping-pong. La sua già affinata abilità nel correre lo sosterrà nella sua eroica azione di guerra e in seguito lo renderà famoso quando nelle vesti di solitario maratoneta, sarà osannato da moltitudini di seguaci e dai media, ecc. Il suo motto esprime il suo pensare positivo: “la vita è come una scatola di cioccolatini, non sai mai quello che ti capita”. 
Analogamente, se analizziamo il personaggio disneyano di Paperino, dobbiamo ammettere che la nostra simpatia va a lui piuttosto che al borioso, seppur fortunatissimo, Gastone Paperone, per la stessa ragione. A causa della sua ingenuità, Paperino è sempre ad affannarsi contro le avversità e le varie trappole che la vita gli tende, ma ha dalla sua gli affetti incrollabili dei nipotini e della fidanzata Paperina che il cugino fortunato non riuscirà mai a sottrargli e la sua risata giuliva, nelle sue disavventure-avventure, nonostante tutto, risuona sempre. 

A questo punto urge definire la parola ingenuità. Essa corrisponde a: schiettezza, semplicità, inesperienza, spontaneità, innocenza, purezza, candore, senza dimenticare che corrisponde anche a  puerilità, credulità, dabbenaggine. Forse la differenza sta “nelle dosi”. 
Leggo, in un vecchio dizionario dei sinonimi e dei contrari, che il suo contrario corrisponde invece ad accorgimento e avvedutezza, ma anche ad astuzia, furberia, scaltrezza.   
Sinceramente perciò, mi indigna che nell'accezione corrente ingenuo sia  perlopiù solo sinonimo di "minchione", ed è per questo che ho cercato di dimostrare la possibilità e l'opportunità di riabilitare questa parola. 

Uno sguardo alla sua etimologia non guasta. Deriva dal latingenuus, nato dentro una stirpe, nato libero da genitori liberi; pertanto, seppure inaspettatamente, si riferisce a ciò che è degno di un uomo libero, onesto, schietto, “liberale”, capace di dire ciò che pensa in quanto capace di conservare un tratto della  propria umanità originaria, capace di conservare un legame col mondo immediato, di tipo primitivo. 
Il mantenimento delle caratteristiche etimologiche della ingenuità sembra dunque conferire alla persona uno sguardo puro, innocente, che non guarda alle sovrastrutture, ma che sa meravigliarsi e che può entusiasmarsi (en-theòs, "il dio dentro").  E' lo sguardo sul mondo caratteristico del bambino, piacevolmente stupefatto, stranito, talvolta spaesato; tutt'altra cosa dallo sguardo allocco e tonto del credulone. 
Il filosofo  Kierkegaard considerava segnale di imbarbarimento della società moderna proprio la perdita allarmante di questo tipo di sguardo. L'età moderna, scriveva, manca di ingenuità, il che non è segno di maturità. 
Forse, mantenere il fanciullino che c'è in noi, e qui il mio rimando è ovviamente al Pascoli, quel fanciullino capace di questo sguardo ingenuo che non ha bisogno di infingimenti o maschere e che quello sguardo traduce in parole scevre da aggettivi intermedi, ci salverà dall'ipocrisia. Ci salverà dal diventare individualisti e mascalzoni, perché l'ingenuità propria dei bambini, disarmante e meravigliosa, corrisponde all'onestà interiore, ci predisporrà all'etica. 
La persona ingenua in cui è assente l'ambiguità, vuole essere se stessa e basta; è legata  alla verità di cui si fa e si sa portatrice senza fatica, ama con semplicità e spontaneità perché tende ad avere fiducia e si aspetta fiducia; non desiderando piacere a tutti i costi, non  avendo bisogno di compiacersi dei dispendiosi  inganni atti ad enfatizzare l'apparire o l'avere, bada piuttosto all'essere , con naturalezza. 
Certo, l'ingenuo, per definizione, non è furbo, non è scaltro, non è malizioso, non fa finta di capire o non capire per agire secondo il proprio tornaconto, non assume atteggiamenti opportunisticamente falsificati, e per questo così come si espone alla meraviglia, si espone altresì all'inganno che fa inciampare. La sua tendenziale schiettezza, inoltre, non sarà apprezzata da tutti, ed è certo che più d'ogni altro dovrà guardarsi dai manipolatori e dalle seduzioni di persone senza scrupoli. 
Approfittarsi di un ingenuo è cosa facile per via della sua credulità, ma, sempre che  questi non sia un ingenuo assoluto, intendo del tutto ingenuo, è cosa difficile che si lasci raggirare, perché l'ingenuo adulto, quello che mantiene una propensione all'ingenuità senza esserne soverchiato, sa sviluppare anche saggezza. E, modificando di poco un noto aforisma, se è vero che lo stupido non perdona e non dimentica e che l'ingenuo tende a perdonare e dimenticare, l'ingenuo non troppo ingenuo, l'ingenuo-saggio, per dir così, non dimentica, ma sa perdonare. Ed è per questo che alla lunga non si farà più fregare e continuerà a vivere... con l'animo più leggero, dai suoi inciampi uscirà poi fortificato grazie alla resilienza. Quando sai che ce l'hai messa tutta, e capisci il valore della fiducia, potrai cantare come la poetessa Blaga Dimitrova: nessuna paura che mi calpestino. (dalla poesia “Erba”: Nessuna paura/ che mi calpestino./ Calpestata, l'erba/ diviene un sentiero.) 
  
Certo, il non-ingenuo, il furbo che sa muoversi con l'arte del camouflage, da essere camaleontico qual è, diffidente con tutto e tutti, con la sua  prudenza maniacale che gli fa soppesare le emozioni prima di esprimersi avendo egli perennemente paura di sbilanciarsi, con la sua attitudine a  tenere il piede a portata di freno per evitare di cadere nel ridicolo o di finir preda di chi sappia recitare magistralmente il ruolo di pifferaio magico, il furbo, dicevo, che a differenza dell'ingenuo è pronto ad aspettarsi in primis l'inganno, è apparentemente più adattabile in una società come l'attuale che sembra poggiarsi sempre più sull'ipocrisia e che, a detta dei sociologi, è sempre più individualista, cinica e narcisista. Il non-ingenuo sembra e forse sa acclimatarsi meglio, istante dopo istante, nelle più svariate situazioni, attento com'è più a scrutare che non a guardare il suo prossimo. Dove vige la legge del più forte, dove serve saper sgomitare con più energia, se la caverà più facilmente e, con ogni probabilità, spesso ne trarrà vantaggio immediato, nell'intento di diventare egli stesso pifferaio magico a detrimento dei poveracci che lo seguiranno. Però, mi chiedo, e la mia è domanda retorica, alla lunga, potrà mai essere sereno, potrà non patire la sofferenza nevrotica chi deve stare sempre in guardia, riuscirà a voler bene e a sentirsi amato? Potrà mai affidarsi al bene di qualcuno se egli stesso, per costituzione, non si fida di nessuno? Il management ci insegna ad ostentare sicurezza e a non mostrare debolezze o difetti per non dare agli altri la possibilità di ferirci. Eppure l'etologia dimostra che è proprio il mostrare fino ad offrire le proprie parti vulnerabili che può preservarci dall'aggressione. Se il cerbiatto, mentre il lupo lo sovrasta, sentendosi vinto gli offre il collo, scamperà probabilmente al morso mortale e avrà salva la vita. 

Ecco allora, per concludere, che se al mondo vi fossero più persone dotate di un po' più di quella stessa ingenuità dei bambini che serve per avere fiducia nella veridicità dell'evento entusiasmante come un avvistamento di delfini, si potrebbe più serenamente confidare nell'Altro che dice di averli avvistati. Se vi fossero più “fanciullini pascoliani” che marpioni, più pueri fictiinclini a guardare il mondo con l'animo poetico, tra l'ingenuo e il sentimentale, se vi fossero più persone disposte ad assegnare fiducia, come fa il bambino che porge la propria ingenuità come simbolo dell'autenticità al di là di ogni inganno e contraffazione, vi sarebbero più persone in grado di intendersi facilmente. La diffidenza, che è un circolo vizioso e che finisce per indebolire il mondo sociale, è infatti contagiosa tanto quanto il suo contrario.  E se crescesse il numero uomini disposti a porsi agli altri con maggiore ingenuità, vi sarebbero più persone in grado di intendersi, che vivrebbero con  più facilità, lontane dai timori e dalla fatica di essere troppo paranoicamente guardinghe e di conseguenza sulla difensiva come chi teme di agire col cuore più che con il cervello. 
La penso come Hanna Arendt la quale credeva fermamente nel potere “sovversivo” della fiducia, in quanto la fiducia degli uni avrebbe il potere di generare la fedeltà e la lealtà degli altri. A partire dal momento in cui ci si fida di qualcuno e si scommette su di lui, la persona che riceve questo gesto oblativo verrà spinta a mostrarsi degna del dono ricevuto, restituendolo ed innescando un circolo virtuoso della fiducia. 
Bisognerebbe tenere presente che l'avere fiducia è diverso dall'avere fede; mentre la fede è cieca, la fiducia può anche avere un qualche difetto visivo, e di solito essere più ipermetrope che miope, ma.. può sempre calzare gli occhiali. 

Fuor di metafora, un opportuno correttivo ad una eccessiva ingenuità può essere costituito dalla psicoterapia.  Grazie a questa, potrà essere utile capirne la genesi, le radici e le ragioni, inscritte nel tipo di allevamento (poco propenso a promuovere l'autonomia?), nell'educazione (iperprotettiva?) o nella storia personale (che abbia favorito un'inclinazione al favoleggiare, al mantenimento dell' illusione e del pensiero magico infantile?). Grazie ad un percorso psicoterapeutico potrebbe risultare più facile affrontare la vita in modo maggiormente critico. Aspettarsi che gli altri rispettino sempre la fiducia data ci pone in una condizione di cieco abbandono alla volontà e alla benevolenza altrui, col grave rischio che si crei una pericolosa sudditanza psicologica.  La psicoterapia può aiutare a sviluppare meglio il proprio giudizio e ad acquisire capacità e risorse atte ad aumentare una lucidità non disgiunta da una migliore stima e fiducia di sé.  E' importante accettare la propria vulnerabilità derivante dal fatto stesso di avere fiducia in qualcuno, ben sapendo che questo qualcuno può non rispondere alle nostre aspettative e talvolta può dunque tradire la nostra fiducia.  Un percorso psicoterapeutico può aiutare a differenziare quella che è la fede, fiducia assoluta di un credente in un essere completamente affidabile come Dio, a quella che è la fiducia nell'uomo che, in conseguenza ai suoi imprescindibili difetti e ai suoi limiti, può sempre  approfittarsi  e rivelarsi fonte di delusione e tradimento. Tutto ciò, pur non andando a snaturare una personalità caratterizzata dalla disponibilità a vedere e cantare la vita con l'animo poetico e l'ingenuo entusiasmo del bambino.