domenica 27 marzo 2011

La gelosia patologica


Dal greco zelos -emulazione, invidia, rivalità-, divenuto zelus in epoca medievale -zelo, ardore, rivalità - la gelosia è un fenomeno noto a tutti, fin dalla più tenera infanzia.
Essa si manifesta come un'emozione nel caso di una rapida epifania tendente in tempi brevi all'estinzione, oppure come un sentimento allorquando si stabilizzi in uno stato affettivo-cognitivo pervasivo e duraturo, facilmente evocato anche da minimi eventi esterni o da rappresentazioni mentali auto-generate che finiscono con il permeare l'esperienza psichica in maniera stabile.
In tutti i casi può essere considerata una passione -dal gr. pàthein e lat. pàteo- per il carattere di sofferenza che sempre ne accompagna il vissuto. Comporta sofferenza interiore (con emozioni di dolore, tristezza, paura e rabbia), sintomatologia neurovegetativa (ansia, accelerazione del battito cardiaco come della respirazione, sudorazione e tremore alle mani, rapido afflusso di sangue al cervello, pupille in midriasi...), aspetti cognitivi tipici (rancore, preoccupazione, autoaccusa, autocommiserazione), ma anche, nel contempo, un'impulso ad agire. Si tratta di forme di aggressività manifesta - dal lat. adgredior, andare verso - (dal piangere, parlare del problema, far uso dell'umorismo, implorando benevolenza e comprensione, fino al passare alla vendetta in un parossismo d'ira priva di discernimento), che conducono dalla mansuetudine coatta all'ira cieca.
Va sottolineato che la gelosia può essere scatenata da cause oggettive e reali ma anche dalla (distorta) percezione di una minaccia immaginata.
E' una forma di aggressività intraspecifica (cioè tra membri della stessa specie) funzionale alla sopravvivenza della specie, dunque con una precisa funzione adattiva e, dall'etologia animale, sappiamo quanto essa sia importante ai fini dell'accoppiamento, della riproduzione del proprio patrimonio genetico, nello stabilire un ordine gerarchico, e nel circoscrivere un territorio di risorse preziose per la sopravvivenza. Nell'animale questa "sana aggressività" si configura come un istinto che promuove e consente l'adattamento all'ambiente. L'aggressività dei cervi che, nella stagione degli amori, si sfidano a cornate, e lo spinarello che si scaglia indistintamente contro un qualsiasi altro maschio in "livrea nuziale", che noi interpretiamo come "gelosia", altro non è che un comportamento ritualizzato, istintuale, di difesa della coppia - della riproduzione e della prole -, che prevede schemi di azione fissi (attaccare qualunque sagoma di spinarello che abbia una vistosa chiazza ventrale rossa che costituisce il distintivo tipico del maschio nell'accoppiamento); essendo ritualizzato non comporta ammazzamenti.
Nell'umano, il comportamento geloso, come ogni comportamento, si attiva a partire da motivazioni primarie (fame, sete o sesso) e da motivazioni secondarie (miranti al successo con prestazioni di alto livello e tese al superamento degli altri, al bisogno di autorealizzazione, al desiderio affiliativo o di attaccamento e di contatto con l'Altro - per vincere la paura della separazione e relativa solitudine -).
Gli umani non copulano, ma fanno l'amore, soddisfacendo così i bisogni fisiologici, di sicurezza, di appartenenza e amore, di stima, di autorealizzazione, cognitivi - sete di conoscenza - ed estetici - desiderio di bellezza -. Si scelgono, s'innamorano, si corteggiano, si promettono fedeltà... Nella norma, hanno un enorme potere di controllo conscio sulle loro pulsioni e ricorrono a strategie di comportamenti ritualizzati dell'aggressività con modificazioni del comportamento dettate dall'apprendimento ( ad es. adottando tutti quegli accorgimenti strategici di camuffamento che enfatizzino i caratteri sessuali secondari - nel maschio, ad es., spalle larghe imbottite -, e/o che abbiano un carattere impositivo fisico - gare sportive - o mentale - giochi da tavolo, imbonimenti verbali fino alla bugia -, e di acquietamento fra estranei - saluto, togliersi il cappello, porgere la mano od un regalo, chiedere permesso se si invade lo spazio altrui...-)
Va detto che la pulsione, nell'uomo, è fortemente influenzata da componenti psicologiche le quali, a loro volta, risentono di influenze sociali, culturali e cognitive.
Nessuno (o scarso) stupore se presso i Kiribati (tribù che vive in un atollo del Pacifico) l'uomo geloso ha facoltà di tranciare il naso alla compagna ritenuta infedele, col coltello o con un morso, con un gesto che va sotto il nome di koko: lì è d'uso, considerato "normale" per quella società e cultura. Nessuno stupore che fino al 1981 (solo 30 anni fa !) in Italia fosse ammesso il "delitto d'onore" che rendeva pressocchè lecito l'assassinio della coniuge, figlia e/o sorella per salvaguardare l'onore del maschio. In ambedue i casi vi era il riconoscimento dell'offesa arrecata e la riparazione, ancorchè cruenta, non causava riprovazione sociale.
Poichè la gelosia riguarda ciò che si ha e che si teme di perdere, essa va ad evocare i fantasmi primigenii della vulnerabilità, della perdita, dell'abbandono e della solitudine con cui ciascuno di noi fa i conti nel momento della separazione dalla propria madre fino alla rescissione, fattuale prima e metaforica poi, del cordone ombelicale inteso come totale dipendenza.
La gelosia, nella sua estrinsecazione comportamentale, è strettamente correlata alla qualità (culturale) nella gestione dell'aggressività. Diversamente dall'istinto che è un comportamento fissato dall'ereditarietà, caratteristico della specie, la pulsione invece è una costituente psichica che produce uno stato di eccitazione che spinge l'organismo all'attività, anch'essa geneticamente determinata ma suscettibile di essere modificata nell'esperienza individuale. (U.Galimberti)
M. Mead ha osservato che in alcune società tradizionali della Nuova Guinea il comportamento aggressivo si manifestava in modo assai diverso: gli Arapesh, allevati con grande affetto e con frequenti contatti corporei, da grandi risultavano particolarmente miti, pacifici e bendisposti, mentre i Mundugumor, allevati con un atteggiamento poco amorevole da parte delle loro madri avvezze a lasciarli da soli per tempi lunghi entro le ceste e scarsamente disposte ad allattarli volentieri, mostravano, una volta adulti, comportamenti estremamente aggressivi e crudeli.
E' evidente che la diversità consiste in una diversa gestione culturale dell'aggressività. I primi, che pur non essendo anaggressivi evitano di venire alle mani durante le liti, sono esortati a dare sfogo alla rabbia dirigendo la loro aggressività su cose neutre (sassi, pietre, ceppi di legno) che vengono scagliate a terra con tutto l'impeto desiderato, o a rotolarsi nel fango, battendo i piedi, urlando ecc. ma senza andare a confliggere con altre persone in uno scontro fisico.
L'impronta culturale e l'educazione che ne deriva fanno la differenza, incidendo significativamente nella gestione dell'aggressività che può essere canalizzata in forme diverse e diretta o no verso altri esseri umani. Esistono infatti culture che addirittura promuovono la degenerazione dell'aggressività in violenza enfatizzando la competizione a scapito dell'empatia e della cooperazione. Anche la tecnologia, così come pubblicità e media con le loro micronarrazioni mitiche, mostrano il loro potenziale deresponsabilizzante teso a distanziare il gesto dalle conseguenze dell'azione violenta (armi) o a manipolare le coscienze sollecitando in maniera subliminale ma potente le pulsioni sessuali e aggressive proponendole spesso congiuntamente e condizionandone così l'enfatizzazione della loro base biologica a discapito di quella culturale.
La privazione d'amore, oltre a deformare in senso aggressivo la personalità, la rende asociale e non permette lo sviluppo di lealtà, abnegazione, dominio di sè, coraggio, nè di tutte quelle caratteristiche altruistiche che presuppongono l'identificazione dell'individuo con gli altri membri del gruppo. Potremmo dire che genitori poco affettuosi formano personalità aggressive e che, al contrario, genitori affettuosi creano una disposizione identificatoria positiva e l'attitudine ad imitare il modello da loro offerto. Pertanto il bambino allevato in maniera equilibratamente affettuosa, conoscerà più probabilmente una gelosia "normale", gestita secondo un'aggressività sana.
Quand'è che la gelosia perde i connotati di reazione ed emozione sana ? Quand'è che diventa un sentimento (un feeling costante) malato?
Forse, potremmo dire, quando intacca la percezione del Sè, dell'Amato e dell'Altro-(Rivale), tingendosi di invidia, che è quel sentimento mai pago e distruttivo che riguarda tutto ciò che si vorrebbe avere ma non si ha e quando fa scaturire la perenne scontentezza di chi, sperimentando una condizione di inferiorità e pur mettendo in atto tutte quelle difese massive di cui può arrivare a disporre, esperisce sentimenti sempre ambivalenti, non coerenti e mai appaganti.
Nel caso di un Io fragile, la persona ricorre per sovracompensazione alla tendenza ad incolpare gli altri sempre e comunque per le proprie mancanze o per ogni motivo per il quale si senta minacciato, legittimando se stesso, anche a costo di alterare la realtà, a prendersi ogni merito del proprio successo. Così facendo si auto-preserva dal sentirsi inadeguato, fragile ed inutile preferendo, più o meno consciamente, sentirsi arrabbiato o indignato.
Questo meccanismo viene chiamato "distorsione autotutelante" ed è strettamente correlato al pensiero paranoico.
La paura dell'abbandono ingenera tristezza, rabbia, vergogna e disistima di sè; altera le percezioni e la memoria (nel geloso ad oltranza, si ha un aumento abnorme e selettivo dei processi attentivi che divengono parossistici e ruminativi), altera il pensiero in quanto diviene pensiero dominante o "delirio di riferimento" (ogni comportamento della persona amata diviene testimonianza e conferma dei sospetti non essendo mai considerato come casuale o neutro). Il desiderio ambivalente della maggior vicinanza e conoscenza dell'Altro (magari funzionale a scoprirne eventuali difetti e debolezze per meglio dominarlo controllandolo), unitamente al desiderio di segno opposto di rabbia, odio e ostilità, provoca smarrimento e disorientamento tali che fanno vivere il soggetto sotto costante minaccia di annientamento.
La distorsione autotutelante serve appunto a preservare illusoriamente l'Io ideale dalla minaccia di un Io fragile e compromesso qual è l'Io effettivo.
E' chiaro che più l'Io è fragile, minacciato da una bassa autostima e da credenze svalutative quali l'essere debole, poco amabile, inutile, inferiore, cattivo e destinato alla solitudine e al fallimento, più avrà la tendenza ad incolpare gli altri spostando fuori di sè ogni "responsabilità". Verranno usati massivamente meccanismi di difesa dell'Io quali la negazione (nego di avere dei problemi che mi faccia male riconoscere), la rimozione (accantono o dimentico ciò che in qualche modo mi nuoce) e la proiezione (non sono io che ho voglia di tradirti o che tradisco, sei tu che sei puttana).
Questo stato di fragilità, nel suo complesso, provoca reazioni intense , esagerate ed inappropriate rispetto alla realtà oggettiva della situazione, nella quale finisce col riproporsi l'Erlebnis di un antico, inestinto conflitto e dell'infedeltà ad un amore (quello materno) che doveva essere esclusivo.
L'origine di questa difesa sembra dunque collocarsi nella prima infanzia e nella non risoluzione del processo che dalla dipendenza conduce all'autonomia. Tutto resta fermo com'era intorno ai 3 anni, nella fase in cui non è stato ancora affrontato l'edipo nè si è sviluppato il narcisismo secondario che, sostenuto dal senso di realtà e dall'accettazione delle "norme del Padre", renderebbe possibile l'organizzazione del Sè reale. Il geloso patologico, angelo e demone, bloccato da mancanza di vera empatia, con spiccati sentimenti arcaici infantili, egocentrici, megalomanici e preedipici, è sostanzialmente impossibilitato a scegliere un qualsiasi movimento autonomo per trovare una collocazione nel triangolo edipico. Costretto a vivere di espedienti e furbizia nell'impossibilità di fare una scelta di movimento (salvare mamma dallo strapotere che papà esercita su di lei possedendola) per schierarsi al fianco di lei difendendola e affrontando l'ira funesta del padre talmente grande e forte da sembrargli onnipotente . Paralizzato nella sua paura di bambino e nella sua infantile impotenza, il narcisista non sceglie e non si schiera, rimanendo condannato a patire la minaccia soverchiante di una presenza paterna castrante. Impedito dal proprio senso di fragilità, inferiorità e inadeguatezza, condannato a vivere con il dolore della propria insufficienza, verrà spinto a svalorizzare tutto e tutti nella illusoria soddisfazione di sentirsene superiore e migliore. Nel contempo sarà altresì condannato a dimostrare perennemente le proprie qualità eccelse che gli permettano di affrontare le situazioni problematiche della vita, che peraltro lo fanno sentire perennemente sull'orlo del fallimento, mettendolo così in un antagonismo irrisolto con il padre come referente adulto edipico. Egli è in tal modo condannato ad una perenne gelosia e rivalità, e per questo condannato nel contempo ad una vita vissuta all'insegna del sembiante (apparire piuttosto che essere). Ancorato al proprio sembiante, ovvero ad un'immagine di sè compiacente -ipertrofico ma fragile nel medesimo tempo-, e in continua fase di manipolazione dell'Altro nel tentativo strenuo e vano di soddisfare la sua immagine dell'Io. Impossibilitato a ricordare così come a dimenticare, confinato nel personaggio che non può scegliere, così come da bambino non ha scelto di liberare la madre dai soprusi subìti nella scena primaria per opera della violenza paterna, si vede costretto a rinunciare a crescere. Crescere infatti significa affermare la propria individualità e libertà di scelta permettendo anche all'Altro la facoltà di scegliere a sua volta. Ma se il bambino che c'è in lui (l'animale orientato verso i bisogni urgenti del suo corpo per raggiungere il piacere, che non ha conoscenza del buono e del cattivo, che non distingue ancora la realtà dall'illusione o dal fantasma persecutorio e che non sa scegliere se ribellarsi od obbedire resistendo all'immediata soddisfazione dei bisogni e controllando in maniera opportuna la propria aggressività), gli fa temere che la mamma lo stia trattando come un oggetto che le appartiene nel mentre il padre gli è ostile, quello stesso bambino, una volta adulto, non consentirà libertà nè scampo all'Oggetto del proprio amore e quest'ultimo non avrà altra scelta che sottomettersi. D'altronde, per definizione, l'Altro è stato scelto (dall'alto in basso), ed il manipolatore-ultrageloso, identificandosi nell'imago della Madre primitiva determinata a distruggerlo per eliminarlo dal triangolo edipico come Altro incomodo oppure determinata a modellarlo sull'immagine che essa ha di lui, nello scontro di volontà che teme, fa emergere da adulto tutto il suo narcisismo perverso, improntato sul dominio e fondato sull'ostilità crescente del mors tua vita mea (vorrei distruggerti prima di venire fagocitato da te quale mantide religiosa che rischia di fagocitarmi).
Nella prospettiva cognitiva in cui il soggetto è indotto a percepire le valutazioni interpersonali come negative ed ingiuste, scatterà la difesa del sentirsi vittima di una persecuzione e come tale dell'essere autorizzato al rifiutare ogni critica condannando anzi il persecutore che ne risulterebbe la fonte. (Non è colpa mia, ma è colpa dell'Altro).
Ciò che interessa qui è tracciare un'esamina di ciò che costituisce il quadro della gelosia patologica.
Patologia è appunto sinonimo di vulnerabilità come condizione che si viene a creare a séguito di unvulnus, inferto dalla rinuncia al mito del possesso esclusivo dell'oggetto d'amore: la madre.
La gelosia adulta, alimentata da queste dolorose esperienze primarie non estinte che risuonano come un'eco costante al fondo della coscienza, può dunque manifestarsi con tutta l'amplificata percezione dell'infedeltà di un amore che si sperava eterno ed esclusivo.
Quando essa è patologica diviene perciò un sentimento costante, più o meno intenso, dal carattere delirante, fondato cioè su convinzioni soggettive piuttosto che oggettive. E' basata su inferenze illusorie piuttosto che su prove circostanziali sufficienti, e ricorda il desiderio spietato di un neonato che nulla sa dei desideri e delle esigenze di sua madre, talchè prova esclusivamente bisogno e non già empatia, compassione e comprensione. Sentendosi inevitabilmente e perennemente sottomesso finisce con l'inglobare nel suo inconscio l'immagine della madre-strega.
Il geloso patologico è un essere monco, incompiuto, in stato di perenne dissociazione che, al fine di prescrivere e assolvere la propria inettitudine e rendere legittima ogni propria debolezza, dipendenza e paura, si autoincensa e autogiustifica in maniera del tutto opportunistica e furbesca, spostando fuori di sè ogni responsabilità anche a costo di spostare progressivamente fino ad azzerarlo, il confine tra finzione e realtà, incorrendo nel serio rischio di non riuscire più a distinguere l'una dall'altra.
Esiste come disturbo a sè stante - annoverato come delirio di gelosia - ed è classificato tra i disturbi deliranti, ma esiste anche come sintomo correlato in altre forme di psicopatologia: per esempio nell'etilismo cronico, o come disturbo affettivo nella Depressione Maggiore oltrechè nel Disturbo Paranoide di Personalità.
Ciò che interessa qui è forse maggiormente quest'ultimo, ma è identificabile anche nella Personalità narcisista o Disturbo narcisistico della personalità, nel carattere schizoide, nella sindrome borderline, nella psicosi, nella caratteropatia, nella modalità "as if" pseudo-normale (personalità "come se").
Poco importa l'inquadramento nosografico, ciò che importa qui è cercare di comprendere il fenomeno gelosia nelle sue forme "esagerate" e perciò deliranti, al fine di riconoscerlo soprattutto quando si sviluppi nell'albero delle psicosi, piuttosto che come ramo che cresca nell'albero delle nevrosi dove la percezione della sofferenza è linfa che non perde mai di vista la reale consistenza e qualità del terreno dal quale trae nutrimento.
Data la crescente diffusione del narcisista patologico, personalità intrigante di conquistatore di successo, spesso ben dotato intellettualmente e culturalmente, verboso incantatore, paradigmatico dongiovanni, inesausto cupìdo sotto le cui frecce è facile cadere avvedendosi di essere vittima delle sue manipolazioni di solito quando è ormai tardi per non aver dovuto pagare un prezzo assai alto in conseguenza alla propria dabbenaggine e a un malriposto senso materno, sarà proprio di quest'ultimo che tratteremo qui.
Il narcisista patologico è un partner molto pericoloso che, in virtù dell'alto livello di testosterone - ormone maschile per eccellenza che governa sia la sessualità che l'aggressività -, mette in atto comportamenti di conquista destinati al subitaneo successo, ma non alla durata del rapporto. Egli infatti è incline a trattare un'altra persona come un semplice oggetto della propria libidine. Poichè nei suoi tratti caratteriali, assieme a un atteggiamento manipolatore, egocentrico e vanesio vi è una ridotta capacità empatica, il narcisista tende a un rapporto Io-Esso anzichè ad un rapporto Io-Tu. Ma attenzione: egli è un abilissimo dissimulatore: costruisce il proprio Sè attraverso una costante performance di presentazione al pubblico secondo un'attenta scelta di maschere con le quali tende a rappresentarsi recitando se stesso come in una commedia in cui egli domina la scena ed è esente da critiche. E' un esperto commediante logorroico, incline all'autocommiserazione, alla pigrizia, al tergiversare (ci penserò domani), alla non-scelta (chi non fa non falla), al servilismo, alla menzogna cronica inversamente proporzionale alla quantità di parole, storie e bugie che riesce a emettere, incline alla lamentela, alla polemica, alla diffamazione e al tradimento.
Questi suoi tratti caratteriali ne fanno un mirabile affabulatore. Finchè si sente al centro delle attenzioni va tutto bene; la sua megalomania lo farà sentire al riparo delle credenze valutative di base, che pure albergano in lui, all'insegna del "povero-me" (non essere amabile, risultare svantaggiato, inferiore, insultato, disprezzato, tradito, trascurato, ..), e porterà la sua partner in palmo di mano, quando invece per qualunque motivo si senta minacciato di abbandono o trascuratezza e le supercompensazioni che avrà adottato si renderanno inefficaci, anzichè sentirsi inadeguato, si sentirà arrabbiato e indignato. La distorsione autotutelante gli farà credere che il nemico sia all'esterno ed egli attiverà, tra le altre difese, un'incontenibile gelosia : usque ad sanguinem.
Come incoercibili sono i costrutti mentali che accompagnano l'esperienza passionale abnorme e prolungata nel tempo, ove i confini del sè fagocitano ed inglobano per così dire i confini dell'Altro, così i contenuti ideici coatti di una vischiosità epilettoide tenderanno ad autoalimentarsi in una sorta di delirio lucido, eliminando progressivamente ogni feedback con la realtà, fino a tradursi sul piano comportamentale in agìti irrispettosi ed oltraggiosi (di stretto, soffocante controllo data la sua diffidenza), suscettibili di diventare all'improvviso dispotici e brutali nei confronti dell'Altro. Da questo momento potrà venir fuori tutta la sua pericolosità. Senza risonanza ed empatia c'è cinismo ed un partner siffatto non avrà scrupoli a picchiare, ad avere reazioni scomposte e violente, e a riservare per sè "spazi di libero movimento"in molteplici relazioni extraconiugali che accortamente guarderà bene di tenere celate anche a costo di negare l'evidenza. Con ogni probabilità finirà col perdersi in una spirale di segreti e bugie, ed infine, quando avrà terminato di infierire sull'ultima vittima, semprechè questa abbia fortuna, impiegherà un tempo minimo a passare alla successiva. L'ostilità di cui è permeato gli precluderà ogni relazione normale fondata sulla complementarietà e l'uguaglianza.
Ecco allora che da persona intenta al mantenimento di standards comportamentali e culturali socialmente accettabili, la mefistofelica creatura può trasformarsi tutt'a un tratto in una spaventevole creatura che "arrossa e disfavilla", facile preda dell'ira priva di discernimento. Un vero diavolo (dadiaballein, dividere, calunniare) che separa inesorabilmente le meschinità umane dall'uomo fatto a immagine e somiglianza di Dio, dopo aver separato la passione dalla razionalità nell'accecamento del suo stravedere e dopo aver fatto emergere il "male" sottostante al "bene" fragile ed inautentico.
Il geloso patologico con personalità egocentrica è in ultima analisi incapace di oblatività, dà il suo amore finchè ne trae il proprio tornaconto; è furbo, è capace di pensieri e d idee in una dimensione solo cosciente e alessitimica (per così dire anestetizzato nelle emozioni e nel sentire), è cattivo nel senso etimologico (da captivo-prigioniero del proprio stato d'animo e del proprio falso-sè), come se si sentisse condannato all'imperativo ovidiano del "video meliora proboque, deteriora sequor" (vedo il meglio e l'approvo, ma seguo il peggio), come "cattiva" è la vedova, nel dialetto siciliano, in quanto oppressa dallo stato d'animo del prigioniero.
Come nella nota tragedia shakespeariana, dove Desdemona dimostra tutta la sua cecità di fronte alla gelosia che sta sconvolgendo Otello a causa dell' immagine idealizzata che si è creata di lui e che le impedirà di difendersi, così la vittima del geloso patologico rischierà il più delle volte di non accorgersi del carattere inautentico dell'immagine esteriore del Grande Seduttore e Amante Ideale sotto il quale si nasconde e "cova" null'altro che un pericoloso manipolatore.
Vale la pena di ricordare che, nell'atto finale della tragedia, Otello, dopo aver ammazzato la persona che più amava (la sua Desdemona, la quale peraltro gli ha inopportunamente offerto di sè l'immagine della donna-madre soccorrevole e consolatoria), si dà la morte egli stesso, nell'intento di "morire su di un bacio" attraverso cui suggellare illusoriamente un'unione per sempre, in un estremo, definitivo ricongiungimento.
Per concludere: siate prudenti e possibilmente lontani dall'Amante vittima del "soul murder", da quell'adulto cioè che vi lasci presumere di avere ancora una ferita narcisistica aperta e insanabile da renderlo bisognoso di un attaccamento troppo esclusivo dove non ci sia il necessario rispetto della reciproca autonomia.
L'amore presuppone fiducia (non diffidenza) e la fiducia richiede per sua definizione reciprocità avendo sempre bisogno di essere: bilaterale, sincrono e simmetrico.

venerdì 4 marzo 2011

Amare un manipolatore: ovvero dalle stelle all'inferno


Innamorarsi di un manipolatore può essere all'inizio un'esperienza travolgente, appassionante, che ti fa sentire vicina al conquistarti un posto in prima fila nell'Empireo. Quasi senza avvedertene ti trovi però a precipitare in un gorgo scuro di segreti e bugie, progressivamente sempre più scomoda e confusa...
E' un amore tossico e come tale avvelena la vita.
Chi è costui? E' possibile tracciarne un profilo? Questo articolo tenterà di rispondere a questi due quesiti.

Il narcisista-manipolatore (userò indistintamente l'uno o l'altro dei termini) tende a lanciare una sfida irresistibile: la sfida dei paradossi.
Ci seduce offrendo il meglio di sè e nel contempo, per quanto inizialmente "a spizzichi e bocconi", un assaggio del suo peggio (le parti più fragili di sè) di cui "umilmente" sembra dispiacersi. Ci mette alla prova.
Ci affascina con le sue doti intellettuali e di affabulatore, con momenti imprevedibili di romanticismo e di outing sapientemente alternati a momenti in cui emerge purtuttavia lo scarso equilibrio, con eventuali attacchi di collera (rivolti però all'esterno della coppia in modo che appaiano giustificabili se non giustificati) in cui confesserà tutta la sua dipendenza, il disperato bisogno di comprensione e di accoglienza, istigando la nostra commiserazione e il maternage.
Un tale tipo di uomo solleciterà l'istinto di cura materna soprattutto in quel tipo di donna troppo disponibile e indulgente che, sotto sotto, ha poca stima di sè ed è avvezza a controllare il caos (di una famiglia originaria disturbata ove abbiano regnato disfunzioni) nella convinzione illusoria che il costante sacrificio nell'attesa (della "riparazione" dell'oggetto d'amore) verrà alfine premiato: il risarcimento sarà l'Amore.
Il premio sarà riuscire ad essere amate...amando (meglio se soccorrevolmente ed a qualunque costo).
Ma amando troppo e troppo pervicacemente, ad onta della realtà di un uomo che sente il bisogno di dominare la propria partner costringendola in un rapporto di sudditanza sempre più stretto, pressante e manipolatorio, la donna finirà con l'essere vittima sempre più accerchiata, vessata e isolata fino allo sfinimento o ...alla fuga.
Il comportamento di un siffatto uomo è, a ben guardare, un comportamento perverso ,fondato sull'inazione e sulla rinuncia, per cui tutto ciò che succede deve succedere per la promozione e per responsabilità dell'Altro.
Incapace di autocritica. Non si vede. Come Narciso, allo sguardo dell'Altro come superficie specchiante in grado di rimandargli un'immagine di sè eventualmente riveduta e corretta, preferisce la superficie ferma dello stagno che ne rifletta un doppio fedele ai propri stereotipi.
Difende strenuamente il proprio Io (l'imago di come pretenderebbe di esser visto nel folle tentativo di ricavarne la percezione di sè come di un essere perfetto: io-dio) utilizzando massivamente meccanismi di difesa quali la proiezione e la negazione, grazie ai quali interpreta e mistifica la realtà trasformandola in maniera capziosa e funzionale alle sue deliranti esigenze. Egli è abile come nessun altro nel respingere "fuori di sè" ogni critica. E' insuperabile nell'arte del camuffamento, della mimesi, del "tirarsi fuori"o nell'agire-a-coté. E' maestro nel "ribaltare la frittata". Per sè trova sempre mille giustificazioni e sa venderle come plausibili.
Ribalta i ruoli, capovolge le situazioni con sconcertante maestrìa; ti spiazza e poi ha buon gioco nel farti sentire inadeguata, in difetto e colpevole.
Il manipolatore è un fulgido esempio di millantatore egocentrico.
Mantiene la sua posizione di leadership spendendo la propria supposta onnipotenza nell'esercizio della seduzione senza scrupoli.
Non dice mai di no, a parole non si tira mai indietro, fingendosi generoso. Ma generoso non è chi chi si finge altruista accogliendo qualunque richiesta e offrendosi di intervenire persino a posteriori ("se lo avessi chiesto a me ..."); altruista è chi si dà pena operativamente per mantenere la promessa data.
Pressappochista, disordinato, ha scarso senso del tempo ("ci penserò domani", e intanto ..tempus fugit) e della concretezza; promette senza verificare se potrà tenere fede alle profferte, anche grandiose, con le quali si è sbilanciato.
E' un abile ragno, paziente e geometricamente accorto nel tessere la sua sottile, invisibile, ineludibile, micidiale tela. Procede in maniera lenta e graduale, invischiando la sua preda giorno dopo giorno ma inesorabilmente finchè questa, confusa-spersonalizzata-paralizzata, finisce nella più totale sudditanza psicologica.
Il borderline (anche questo è un sinonimo, per quanto più tecnico, come potrebbero esserlo carattere schizoide, personalità dissociata paranoide, ecc.) soffre di "disfunzione cognitiva", vale a dire che percepisce e interpreta la realtà in modo alterato, difforme a come questa si presenta. A suo uso e consumo (tende ad accentrare tutto intorno al suo ego) la riscrive, senza avvedersi delle deformazioni e distorsioni effettuate.
I propri "difetti", insopportabili da ascrivere a se stesso (dato il bisogno supercompensatorio di sentirsi pressocchè infallibile e onnipotente), vengono proiettati sull'Altro che, ad onta di ciò che fa o dice anche con la migliore benevolenza, diventa così il nemico.
Non è mai colpevole, mai responsabile, il colpevole è sempre l'Altro. Può capitare di intercettare qualche "segnale"di disturbo della personalità pregresso. Se per es. vi sia stato confidato che il vostro lui (unico figlio maschio, residente lontano dalla Lombardia) all'età di 5 anni, di fronte alla madre intenta a sgridarlo, si fosse scagionato con le braccina alzate in segno di resa dichiarando: "non sono stato io, è stato il mio fratello di Milano!", beh...tenetene conto. Se poi veniste a sapere che il suddetto escamotage veniva da lui utilizzato reiteratamente, e con successo, per evitare di ammettere la propria responsabilità in ciò di cui veniva accusato, fareste bene ad allarmarvi.

-Formidabile adulatore, è attratto dalla vulnerabilità della partner
Ha buon gioco perchè non conosce limiti all'esagerazione e alla mitomania (se vi affiderete a lui, tutto sarà possibile; lui è il vostro Principe Azzurro e, se accetterete di essere la sua Regina, lui vi salverà. Ma dovrete guardare a lui con il massimo della vostra attenzione ammirata, avendo cura di farlo sentire sempre "al centro"). Siete sicure di voler stare a questo gioco, ma soprattutto di poter stare a questo gioco? E ancora, pensate che il gioco valga la candela ?!

-Vi sembrerà romantico e capace di un cuore tenero
perchè è facile a commuoversi in superficie, ma non in profondità. Potrete riconoscergli una particolare attitudine a mutare in fretta i suoi stati d'animo (dal pianto alla repentina consolazione e viceversa), ma si rivelerà refrattario a riconoscere la vostra sofferenza. Tenete presente che pretenderà di mantenere in ogni caso il primato anche nella malattia e nella sofferenza. Vi capiterà con l'andar del tempo di riconoscergli uno sguardo freddo e raggelante, privo di emozioni. Potrebbe essere il preludio ad una esplosione di rabbia funesta e pericolosa.
In quei frangenti vi accorgerete dell'assoluta e inusitata arbitrarietà delle parole, vittime innocenti ed impotenti della sua capacità di manometterle nel loro significato. Lui sarà capace di stravolgerle all'insegna del sembiante. Le vostre parole non significheranno più ciò che intendevate.

-E' egocentrico e vile. E' sempre in competizione e "pretende di star sopra come l'olio"
In fase di innamoramento la vostra ammirazione sarà così grande che farete fatica ad accorgervene.
Interrogatevi se potrete notare che, soprattutto in presenza di terzi, tenderà ad accentrare le attenzioni. Nelle discussioni tenderà a non lasciarvi voce e finirà col monopolizzare il discorso su temi scelti da lui. L'altrui opinione, e segnatamente la vostra, conteranno poco o nulla.
Poichè tende a plagiare, non accetterà opinioni diverse dalla propria. Non ascolta, parla. Più che parlare pontifica, spesso, vigliaccamente, su temi in cui solo lui è competente. Nella fase del dopo-conquista, vi avrà talmente soggiogata che si permetterà di mancarvi di rispetto sempre più fino ad essere brutale e sarcastico (non ironico!) e a spiazzarvi con affermazioni bugiarde e distorcenti che avranno l'intento di farvi apparire visionaria, bugiarda e mitomane o semplicemente esagerata, teatralmente imprecisa e comunque poco aderente alla realtà dei fatti. Si fa beffe delle vostre opinioni e del vostro stato d'animo, di fatto vi umilia o vi denigra.
Al massimo, in fase di conquista, poichè si fa bello nel potervi esibire, vi lascerà spazio solo se vi comporterete in qualche modo come un' eco rafforzativa delle sue affermazioni (ricordate Eco, la ninfa che si innamorò di Narciso nel celebre mito?).
Se oserete obiettare vi pianterà il muso e vi umilierà con la diffamazione o con una sequela di improperi. La sua è infermità emozionale.

-Tutto deve partire da lui stesso, anche il desiderio del sesso
Non rispettare i vostri tempi e il vostro desiderio è un segnale premonitore che allude ad una mancanza di rispetto di fondo, suscettibile di degenerare in una permanente querelle (non mi ami abbastanza, mi tradisci, sei frigida, hai dei problemi, ecc..) fino alla violenza.

-Rifiuta ostinatamente la responsabilità e, ancorpiù, la colpa.
Tende alla deresponsabilizzazione, perciò non sceglie mai e manda avanti voi affinchè siate voi ad esporvi e qualunque cosa in seguito abbiate scelto, corrisponderà ad una scelta che lui avrebbe operato diversamente e, potete giurarci, assai meglio.
Nel quotidiano, se qualcosa gli va storto, osserverete che con i più insostenibili bizantinismi, addosserà la colpa sempre e comunque a voi che vi troverete ad incarnare sempre più spesso il ruolo di capro espiatorio, di pungingball della famiglia.

-Ha un atteggiamento negativo verso le donne.
Di fondo è un misogino, ma farà di tutto per camuffare il suo atteggiamento negativo verso le donne, per esempio vantandosi scherzosamente (state accorte se fosse un leit-motive ossessivo) di essere il Presidente Onorario dell'Associazione Maschilista Internazionalista Enrico VIII.
Indulge con dovizia nell'utilizzo di stereotipi maschili sulle donne con la stessa facilità con cui, alternativamente, vi farà credere tutta la sua ammirazione e il suo rispetto per il genere femminile o, meglio, per Voi in quanto migliori di tutte le precedenti donne della sua vita. Il suo metodo è la lusinga, ma cade nella contraddizione (predica bene e razzola male) e nell'incoerenza (dice una cosa e ne fa un'altra).

-E' pervaso dalla fretta di reificare la sua vittima .
Vi tramuta il più rapidamente possibile in un suo possesso una "cosa "sua . All'inizio non si scopre, l'incantamento deve essere massimo; quando tuttavia si sente sicuro di aver fatto di voi una "cosa sua", al chiuso delle mura domestiche dismettendo ogni prudenza e consentendosi di gettare l'inutile maschera, se in collera, usa il ricatto dell'intimidazione fino alla violenza psicologica e verbale prima che fisica. Prima o poi il suo volto demoniaco vi si profilerà davanti in tutta la sua paralizzante incombenza. Caduta la maschera della faccia pulita, quando il suo corpo si facesse rigido, con un sorriso rigido stereotipato e sardonico, lo sguardo torbido e accigliato, aspettatevi uno scoppio d'ira, perciò non provocatelo, non parlategli (gli sembrerà comunque che vogliate entrare in polemica). In quel frangente è asservito ad un tirannico padrone interiore che lo priva della facoltà di intendere e di volere, può perdere l'autocontrollo, ha il diavolo in corpo. (Diavolo-da diaballein- è dividere ma anche calunniare e diabolos è colui che separa l'uomo da Dio inteso come infinita bontà e Amore ).

-Quando siete in compagnia , il suo comportamento con voi è pressocchè ineccepibile.
In presenza di altre persone vi usa il massimo del rispetto, casomai apparirebbe lui come vittima, nel caso voi osaste fare la risentita o cercare comprensione e alleanza nei presenti, riservando i propri comportamenti violenti a quando sarete soli e non ci saranno testimoni.

- Tende a controllarvi e a controllare tutto. E' lui il leader anche nella coppia.
All'inizio della relazione vi stupirà con effetti speciali. Vi circuirà con piccole attenzioni utili e piacevoli (aprivi lo sportello dell'automobile dalla parte del passeggero), si rivelerà provvidenziale e comodo nel volersi far carico di tutto, anche degli aspetti finanziari. Attenzione: è il suo bisogno di controllare tutto per esautorarvi progressivamente di ogni autonomia. Vi darà suggerimenti di finanza, ma è difficile che vi conceda di accendere un conto corrente comune, a meno che non abbia in mente per esempio di attingervi più abbondantemente di quanto facciate voi riservandosi nel contempo un suo proprio c/c al quale voi tuttavia non avrete mai in alcun modo accesso. Vorrà suggerirvi come abbigliarvi, come muovervi, chi frequentare (potreste ben presto trovarvi costrette a mollare le vostre amicizie a favore di quelle di lui, metterà zizzania tra voi e i vostri parenti insinuando osservazioni negative...), potrebbe incoraggiarvi ad appoggiarvi a lui economicamente spingendovi a licenziarvi. Man mano arriverà a plagiarvi senza che nemmeno ve ne accorgiate.
Potrebbe sembrarvi un sollievo poter delegare a lui e scoprirlo tanto efficiente.

-E' possessivo, intrusivo e geloso: vi controlla.
Telefona spesso, per motivi insignificanti. Vi fa credere di aver bisogno di tenersi costantemente in contatto chè vi pensa di continuo, ecc. In verità vi tiene sotto controllo (dove siete, con chi, che cosa state facendo...). Insisterà perchè trascorriate quanto più tempo vi è possibile vicino a lui. Con tutta probabilità, appena conosciuti, vi avrà chiesto tutto della vostra vita sessuale e affettiva passata.
Con l'andare del tempo vi farà sentire il suo fiato sul collo, esigendo il sacrificio di ogni vostro spazio di libero movimento e di ogni vostro ritaglio di tempo, per consolidare il suo compulsivo bisogno di controllo. (Potrebbe financo risentirsi, e non poco, se vi vedesse intente a ricamare, a lavorare a maglia o all'uncinetto in un tempo sperperato ed inutile come tutto il tempo che non gli sia personalmente dedicato quando lui vi sia vicino).
Poichè manca di fiducia in se stesso e si sente scarsamente competitivo con gli altri maschi, vi pretende tutta per sè, e sta bene attento che non vi mettiate nella condizione di brillare di luce propria. Potrete brillare solo quando vi metteste in luce come un suo trofeo.
Vi esibisce volentieri nella vostra qualità di amanti, protette e cheerleader del maschio-alfa, ma riserva per sè solo certi ambienti, situazioni e frequentazioni; in quei casi il vostro ruolo è quello di Cenerentola, accanto alla cenere del camino, e vi esclude. Rischierete di trascorrere troppo tempo "en attendent Godot".

-E' cangiante come uno Zelig.
Soprattutto all'esterno, si cela sotto la maschera di volta in volta scelta come la più opportuna. (Per es.di fronte a un prelato si dichiarerebbe credente, osservante e praticante anche nel caso si fosse precedentemente presentato a voi come ateo e mangiapreti...).

-La sua generosità vi mette a disagio perchè vi fa sentire in debito.
Vi offre regali che non corrispondono ai vostri desiderata e vi rende dei servigi senza chiedervi il parere in maniera tale che finiate col sentirvi in debito nei suoi confronti.(per es. potrebbe farvi la sorpresa di aver sostituito la vostra fedelissima adorata automobile con un'altra di tutt'altro genere confacente alle sue esigenze - più adatta per esempio ad essere usata da lui quando lui avesse bisogno di sostituire la propria ferma in riparazione e, statene tranquille, in quell'occasione trascurerà di valutare che a voi serve, la pretenderà e basta nel mentre voi rimarrete a piedi).

-Non applica a se stesso lo stesso metro che adopera per gli altri.
Quod licet Iovi non licet bovi. Quel che è lecito a lui stesso, non è lecito agli altri, meno che mai a voi: non preavvisarvi mai della sua assenza ai pasti, dei suoi rientri dal lavoro (potrà arrivare a casa con ore e con l'andar del tempo anche con giorni di ritardo, avrà sempre delle "buone" giustificazioni). Ma provate ad essere voi quella scorretta, provate ad essere voi in ritardo! Lo potreste vedere trasfigurarsi andando su tutte le furie. Le sue necessità sono sempre insindacabili, le vostre, quantunque davvero rare e occasionali, saranno sempre capziose e inaccettabili. Troppo elastico con se stesso, per niente elastico con l'Altro.
Osservatelo, per esempio, alla guida: lo vedrete massimamente collerico, intollerante ed ipercritico nei confronti di una condotta di guida altrui meno che perfetta, nel mentre a lui è concesso ogni sgarro, anche il più imperdonabile e plateale. Per sè ha sempre una ottima giustificazione anche quando abbia trasgredito i più ovvi dettami del Codice della Strada, del Codice Civile e financo di quello Penale.

-Spesso fa uso smodato del rischio (perchè trascura di considerarlo)
Fa uso smodato di alcol, di droga o dell'azzardo. Il suo Io ipertrofico lo fa sentire esente dalle conseguenze anche le più oggettivamente e probabilmente catastrofiche. Si sente pressocchè immune dalle conseguenze di una sua condotta trasgressiva che anzi lo solletica e che tende a praticare con finta innocenza nel più totale spregio dei diritti altrui. Tanto a lui è concesso tutto.

Alla fine il vostro spaesamento sarà infinitamente grande. Quando avrete perso l'orientamento perchè niente sarà come sembra, verrà il momento che lui avrà la percezione di poter essere abbandonato, avrà paura di perdervi. A quel punto sarà animato da una pulsione più che mai distruttiva: muoia Sansone con tutti i filistei! Se avrete una figlia sarà con lei più che mai seduttivo, cercherà di conquistarla alienandovela. E' conquista per il possesso. E' possesso travestito da amore.
A quel punto, quando gli sarà riuscito di spoliarvi della vostra lucidità, della vostra autonomia, delle vostre risorse e dei vostri mezzi (perchè no, anche economici) tenterà con tutti i mezzi di distruggervi.
Non lasciatevi intrappolare. La sua strategia consiste nell'operare abilmente, al fine di indurvi ad alzare progressivamente il vostro personale livello di resistenza al dolore. Non immolatevi fino al martirio, mettere lo stop spetta a voi.
Amare, a-mors (alfa-privativo + morte), è possibile paradossalmente a patto di non temere l'abbandono quale sinonimo di morte, nè la sua rappresentazione metaforica denominata non per caso petit-mort (la "piccola-morte"orgasmica). E' per questo che riuscire a farsi amare da chi sia impossibilitato ad abbandonarsi all'altro temendo di perdersi, risulta impossibile.
L'amore è d'altronde, per definizione: biunivoco, sincrono e simmetrico. Non può essere sbilanciato e non può fondarsi su un rapporto di sudditanza e relativa dominanza!
Un'ebrea, sopravvissuta alla persecuzione nazista e al campo di sterminio, intervistata qualche tempo fa, con una simpatica e coraggiosa autoironia, ricordò una filastrocca della sua infanzia : "Hai paura dell'Uomo Nero? Che follia, se arriva filo via!"

mercoledì 5 gennaio 2011

La Teoria delle 3 B : Bello, Buono, Bravo come necessarie percezioni di sè, per un equilibrato sviluppo della Personalità.

  
Non c'è dubbio che l'essere umano impieghi un tempo relativamente lungo per acquisire un'immagine di Sè; se poi riesca a formarla come aderente alla realtà e a goderne come di una struttura sufficientemente positiva, questo dipenderà da più variabili.
Appena nato, ogni essere umano si percepisce come un'entità indifferenziata dalla persona che di lui amorevolmente si prende cura; nei primissimi mesi di vita (si parla infatti di diade madre-bambino) egli non ha una esatta percezione del Sè come entità separata dalla madre. Il seno che lo allatta sarà considerato alla stregua di un'estensione di sè piuttosto che facente parte dell' Altro-da-sè; potremmo dire che vi è una sovrapposizione tra Soggetto e Oggetto.
Mano a mano che egli procede nello sviluppo, passando attraverso specifiche e riconoscibili fasi di separazione dalla madre e di individuazione del Sè, verrà creandosi un sentimento di identità, frutto della interrelazione tra mondo soggettivo e mondo oggettivo (fase della separazione-individuazione).
Dal sorriso, come precursore della capacità di differenziazione Sè - Altro da sè, passando per la crisi dell'estraneo dell'ottavo mese, arriverà dunque intorno ai due anni fino al riconoscimento di sè allo specchio.
E' questo un momento cruciale, il momento in cui “il bambino nello specchio” corrisponde al “Sè”, e per l'essere umano comincia la fase del “mi riconosco dunque sono”.
Poiché nell'Altro, in cui come in uno specchio ci si riconosce , si trova un'oggettivazione di sè, e il primo“specchio” è costituito dallo sguardo materno capace di rimandare l'immagine di chi viene “guardato”, da questo momento in avanti è importante che il bambino possa già riconoscersi come relativamente Bello, Bravo e Buono.

Soltanto così potrà crescere sano e soddisfatto e forte abbastanza per affrontare il proprio destino nel mondo (inteso come dàimon), con la necessaria sana aggressività intesa (etimologicamente dal latino ad - gredior: andare - verso, e non semanticamente come diminuzione del potere dell'altro ) come forza propulsiva che gli consenta di mettersi in gioco attivamente, proteggendosi dal dover subire passivamente e sapendosi trarre fuori dalle difficoltà realizzando al meglio le proprie qualità: non vittima, dunque, ma neanche narcisisticamente dominante come chi si imponga con protervia "über alles " ritenendosi migliore a priori.
Il saper rilevare assonanze e discrepanze tra l'immagine idealizzata e statica di noi stessi (la stessa che Narciso passava il tempo a rimirare nelle acque ferme dello stagno) e quella che occhi altrui di volta in volta ci rimandano in maniera diversa e in qualche modo cangiante, ci consente di continuo opportune correzioni necessarie all'adattamento; ricordo qui che l'intelligenza cognitiva come quella affettivo-emotiva anch'essa in perenne sviluppo, altra funzione non ha se non quella appunto di promuovere l'adattamento. In un mondo che è in perenne mutamento ove, sempre, inevitabilmente, "panta rei ".
E' dunque importante che l'immagine di sè che va strutturandosi sia sufficientemente positiva, ma anche adeguata a “ciò che davvero è”, senza tracotanza (hybris) e secondo misura (katà metron).
E' notorio che chi si stima come forte sarà resistente fino a sbaragliare i nemici e a superare le difficoltà, chi si stima coraggioso saprà affrontare le asperità anche facendo i conti con la paura, chi si stima bello saprà più facilmente rendersi piacevole e gradito.
Una positiva immagine di sè, diremo così "di base", sarà determinante per far fronte al meglio alle avversità, e renderà meno esposti alla paralisi della paura di fronte all'insuccesso come alla reiterata frustrazione o al dolore. Proteggerà a maggior ragione sia contro l'angoscia esistenziale (che diversamente dalla paura non identifica l'oggetto che la scatena e rifugge dal nulla che ci precede come da quello che ci attende), sia contro la disperazione (frutto della perdita del senso nell'agire quotidiano date l'ineluttabile precarietà della nostra esistenza e la contemporanea non accettazione di questo limite).

Che cosa dunque necessita al cucciolo dell'uomo per potersi stimare sufficientemente piacevole, benvoluto e meritevole, in misura equilibrata?

La percezione di sè come individuo apprezzato e apprezzabile comincia, secondo me, con la possibilità di riconoscersi, nello sguardo indulgente e soddisfatto della figura materna nei confronti della quale si sviluppa l'attaccamento, come Bello (“ogni scarrafone è bello a mamma soia...”).
E' forse ipotizzabile che la prima valutazione del bambino, fatta attraverso lo sguardo genitoriale, sia di tipo estetico; d'altronde non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace...
Tale percezione è veicolata primariamente dallo sguardo indulgente, carezzevole e soddisfatto della madre fin da quando ella lo allatta e se ne prende cura manipolandolo, vezzeggiandolo e cullandolo nell'abbraccio.
Lo sguardo materno è il primo specchio in cui il cucciolo “vede se stesso”, è il primo strumento riflettente capace di rimandargli un'immagine di sè medesimo. E' una sorta di veicolo per l' imprinting dell'autostima.
In seguito, lo sguardo, le parole e i modi materni, semprechè bonari e soddisfatti, potranno convincere il bambino circa la propria possibilità di corrispondere alla soddisfazione materna .
E' allora che egli si percepisce buono ( è “buono “perchè sorride responsivo, perchè mangia e dorme regolarmente, perchè gode nell'essere cambiato e lavato...).
Se è possibile riconoscere un benessere emotivo reciproco (per la corretta alternanza dei ritmi sonno-veglia, per la facilità nella nutrizione e nell'allevamento, nella percezione del neonato come rispondente ai desiderata dell'immaginario materno), allora la valutazione oltrechè estetica assumerà una coloritura più profondamente emotivo-affettiva.
Possiamo dire che ci si percepisce soddisfacenti se l'altro è soddisfatto .

Last but not least, la qualifica di Bravo sembra implicare un giudizio di valore positivo circa l'operato di chi tuttavia potrebbe autonomamente decidere di disattendere le aspettative altrui, ovvero in questo caso genitoriali, trasgredendo.
Per esempio, un bambino che ubbidiente va a nanna quando è ora, che accetta di lavarsi i denti, che non fa troppi capricci, che comincia ad autonomizzarsi svestendosi e vestendosi da solo, che comincia a tenersi pulito, che va all'asilo volentieri accettando la separazione, è un bambino che sicuramente viene definito capace (bravo).
Implica una maturità ulteriore che si acquisisce quantopiù si è in grado di agire con discernimento avendo anche la facoltà di non osservare le regole, volontariamente.
Tale designazione sembra pertanto essere la successiva, in senso temporale, dopo le precedenti di bello e buono.
E' forse la terza che viene a svilupparsi come ultimo elemento fondativo di un giudizio che contiene apprezzamenti non più in prevalenza soltanto estetici o relativi alla facilità di allevamento, ma anche in qualche modo morali.

Nella pratica clinica non è infrequente imbattersi in anamnesi che raccontano di una primitiva difficoltà della madre a stabilire una relazione gioiosa e facile ("non mi piaceva il suo odore, la sua voce nel pianto era cacofonica, irritante, gracchiante; aveva lo sguardo vacuo e stuporoso con le rime palpebrali all'ingiù come un mongoloide...”).
Possiamo chiederci se sotto ad uno sguardo materno così preoccupato e deluso (come di fronte ad una creatura in carne ed ossa che, non riuscendo ad essere corrispondente nè dunque sufficientemente competitiva con quella fantasmatizzata nei nove mesi di gravidanza, appare simile ad una “bambola rotta”) non possa celarsi uno specchio pericolosamente distorcente, capace di segnare più o meno indelebilmente la futura immagine di sè che il bambino, lentamente e non senza difficoltà, va strutturando.
Un'eventuale inaccettazione iniziale cosiccome ogni altra difficoltà nella relazione madre-bambino che rendesse difficile riconoscere bellezza, bontà e bravura, potrebbe dunque rappresentare una sorta di imprinting negativo e potrebbe rendere difficile, quando non inficiare, la formazione d'una immagine di sè positiva ed un corretto sviluppo dell'autostima.
Quando dai due anni di età il bambino sarà capace di riconoscersi allo specchio ("il bambino nello specchio sono io "), potrebbe correre il rischio di sovrapporre a ciò che i suoi stessi occhi vedono (l'immagine oggettiva nello specchio ), l'immagine riflessa di se stesso percepita nello sguardo materno e, da qui in avanti, anche paterno.
Non è difficile comprendere, alla luce di quanto fin qui detto, come mai i bimbi intorno ai tre anni di età, abbiano paura del pagliaccio e, di fronte a questo, anzichè ridere, càpiti sovente che si mettano a piangere. La loro attitudine identificatoria è così spiccata da indurli a vedersi rappresentati nella goffaggine e nel grottesco del clown come in una superficie riflettente che li delinei, canzonandoli, così come essi si percepiscono: immaturi e deficitari , tratteggiati impietosamente in tutte le loro proprie tipiche debolezze, sproporzioni ed imperizie. A questa età non è facile riderne perchè non è facile prenderne le distanze.
Ai fini di un corretto sviluppo dell'immagine di sè è altresì importante, come abbiamo detto, potersi
meritare l'appellativo di Buono.
Questo segnale (non più intelleggibile solo nella qualità dello sguardo) è inoltre il primo che viene espresso verbalmente in maniera esplicita, ed è quello che ci dice che l'Altro è soddisfatto della nostra condotta intesa come possibilità di muoverci sempre più speditamente verso l'autonomia.
Se chi sta accanto al bambino si dimostra appagato dalla sua presenza e soddisfatto, oltrechè delle sue qualità fisiche e psicologico-affettivo-relazionali anche delle sue prime conquiste, allora indurrà facilmente il bambino a non nutrire nessuna paura, conscia od inconscia, che l'Altro lo possa rifiutare fino ad allontanarsi da lui.
E il bambino non avrà alcun motivo di deludere e perciò di temere, come conseguenza, la solitudine o l'abbandono.
Avrà trovato il sostegno adeguato (e adeguato vuol dire benevolo, tanto da rimandargli un'immagine di sè positiva) per saggiare sempre più e sempre meglio la possibilità di camminare nel mondo sulle proprie gambe, muovendosi da protagonista verso gli altri, verso le situazioni e verso le occasioni sorretto da una sana aggressività, e dunque sempre più consapevole e orgoglioso della propria acquisita autonomia.
Accettato dall'Altro, accetterà se stesso.
Il proverbiale monito: "ama il prossimo tuo come ami te stesso" sembra voler implicare il prioritario "ama (prima) te stesso se vuoi amare il prossimo tuo".

Dai due anni, dopo il passaggio della fase del riconoscimento allo specchio, il bambino entra dunque in quell'altra lunga, delicata e cruciale, della separazione-individuazione che lo vedrà impegnato a rescindere, per quanto metaforicamente, il cordone ombelicale, fino a godere di una rappresentazione di sè abbastanza solida da consentirgli un sempre più libero movimento.
Da quest'età in avanti, per sapere chi è e come procedere, avrà bisogno dello sguardo non più soltanto materno bensì, più genericamente, altrui (di quello paterno, di quello amicale, di quello di ogni Altro-che-conti, ed anche di quello completamente estraneo).
La percezione del "come si è " risulta infatti relativa al "come ci vedono gli altri" ma anche e soprattutto, da un certo momento in avanti, al "come noi vediamo gli altri in relazione a noi stessi grazie ai continui feedback e a quell'immagine remota di noi stessi che abbiamo potuto riconoscere nello specchio riflettente dello sguardo genitoriale".
Sapremo di essere relativamente alti o bassi, per es., se ci confronteremo con Watussi e Pigmei e non solo con gli uni o con gli altri!
Il processo di individuazione è, per così dire, perennemente in divenire e continuamente reciproco.
Ma se nello sguardo genitoriale avessimo ravvisato l'impressione di essere troppo bassi, non basterebbe una statura relativamente alta a convincerci di appartenere verosimilmente alla razza watussa.
Da quando il bambino intraprende la strada che conduce alla conquista della propria identità, potrebbe scoraggiarsi in mille occasioni, potrebbe diffidare della saldezza delle proprie gambe, potrebbe aver paura di inciampare o valutare male le distanze e “la misura” nei propri tentativi di rendersi indipendente.
Conoscere se stessi, come diceva Talete, costituisce per l'uomo l'impresa più ardua.
Il bambino ha pertanto bisogno di essere sostenuto e incoraggiato, ha bisogno che gli venga riconosciuto di essere un soggetto apprezzatamente attivo (e non più passivo come un'oloturia, una sorta di tubo digerente tutto riflessi e risposte semplici a stimoli primari), ha bisogno che i genitori gli riservino espressioni di manifesta approvazione e piacere quando afferma se stesso in modo positivo .
Ciò che è essenziale è che le esperienze dell'approvazione materna e paterna superino di granlunga quelle della disapprovazione.
Se arriverà a sentirsi buono, dopo che bello, gli sarà più facile sentirsi anche bravo.
La partecipazione attiva dei genitori è necessaria perchè, all'inizio, l'identità del bambino si forma esclusivamente in relazione ad essi; la sua identità potrà essere positiva soltanto se è in armonia con l'atteggiamento dei genitori verso di lui. Se il loro atteggiamento è in parte negativo o ambivalente, la sua identità potrà risultarne frammentata o distorta.
L'approvazione dei genitori lo porta a viversi come un individuo riconoscibile, diverso da tutti gli altri, e diventa così l'incentivo al formarsi della sua personalità individuale .
Ha bisogno altresì di essere riconosciuto meritevole di un giudizio sulla sua condotta (prototipo del giudizio morale) con un : "Bravo!" che lo rassicuri circa la conquista del merito.
Ricordo qui che la soddisfazione è sempre relativa ad uno sforzo, talchè ad ogni fatica corrisponderà sempre la conquista della soddisfazione di sè, ovvero della propria identità positiva.
Lo sforzo cosiccome la fatica (che implicano l'utilizzo della forza) permette il raggiungimento di un equilibrio interiore nel continuo adattamento alle esigenze degli altri laddove queste possano conciliarsi con le proprie; permette dunque la consapevolezza di detenere una forza.
Il premio che viene raggiunto mediante lo sforzo, consente l'ottenimento della soddisfazione (satis-facere ovvero fare abbastanza) nella consapevolezza di aver fatto al meglio delle proprie possibilità e nella certezza di essere nelle condizioni di meritare un plauso.
Qualunque difficoltà nell'acquisizione di un'immagine di sé come Bello renderà l'identità carente e in qualche modo tarata, rallenterà o impedirà la formazione di una corretta immagine del sè corporeo .
Qualunque difficoltà a percepirsi come Buono, incoraggerà comportamenti regressivi e di ripiegamento su se stesso con una grave difficoltà nello sviluppo dell'amore di sè , di quell'amore che rimane la fonte inesauribile del desiderio di costruirsi una personalità individuale, unica e irripetibile, il più possibile aderente alla propria natura.
Infine, la difficoltà o l'incapacità di meritarsi le lodi espresse mediante l'appellativo” Bravo!” non farà altro che suscitare un pericoloso e paralizzante senso di inadeguatezza o colpa che alimenterebbe le paure abbandoniche trattenendolo dallo sperimentare la necessaria autonomia e inducendolo a reagire negativamente verso gli altri ma anche verso di sè.

Sentirsi non abbastanza Bello potrebbe corrispondere al rischio di sviluppare complessualità o problematiche varie che hanno a che vedere con un'immagine del corpo disarmonica o dismorfofobica.
Sentirsi non abbastanza Buono e Bravo equivale a percepirsi come indegno di essere amato in quanto "oscuramente colpevole". Eventuali vissuti di inadeguatezza e disistima rischierebbero di provocare, per esempio, una tendenza ad assumere più facilmente la psicologia della vittima, del succube, del dominato o del tendenzialmente abulico, torpido e depresso quando non orientato a provocare il male secondo un circolo vizioso di insoddisfazione- dispiacere (antisociale).
Sentirsi infine non abbastanza Bravo, potrebbe incoraggiare una tendenza al perfezionismo come supercompensazione. Potrebbe indurre la costituzione di un Falso-sè o lo sviluppo di una personalità dominante, ma potrebbe anche gettare solide basi per lo sviluppo di un disturbo narcisistico della personalità.

Quando si parli di educazione intesa come arte dell'allevamento che si prefigge di cavar fuori (ex-ducere) il meglio da ogni individuo, conviene ricordare il concetto greco-antico del Kalokagathòs (crasi di Kalòs kai Agathòs). Già in esso era contenuto, secondo la cultura ellenica, il concetto di fusione tra etica ed estetica per cui al bello si accompagnerebbe sempre il buono (inteso anche come abile, onesto, coraggioso) e viceversa, in un'inscindibile coesistenza. In qualche modo vi era compresa anche l'Aretè ( virtù intesa come coraggio di vivere al di là delle avversità dominando il dolore attraverso la conoscenza ed il governo di sè secondo misura).
Perciò, a ben guardare, nulla di nuovo ci sarebbe nell'invocare una maggior attenzione nel promuovere adeguatamente l'utilizzo psicopedagogico di quelle "tre B" - Bello Buono Bravo - come qualità di cui è bene tener conto se si vuole coltivare lo sviluppo di future soddisfacenti relazioni oggettuali d'amore e di relazione.
Dopotutto, per un animale sociale come l'uomo, tali relazioni sono condicio sine qua non di vitale importanza, e non possono prescindere dalla conquista di una positiva identità e di un armonico sviluppo di una personalità sana.

Per trovare quindi il coraggio e la necessaria forza di reggere un disilluso esame di realtà, conviene affacciarsi alla vita con un'immagine di sè complessivamente positiva.
E' bene che ogni uomo abbia fin dall'inizio una solida base di amore e di stima di se stesso grazie alla quale possa sentirsi sufficientemente competitivo guardando agli altri, nella temperata saggezza che l'umano dolore ingenerato dalla consapevolezza di non poter evitare la propria sorte mortale, si può reggere ed entro certi limiti dominare.
Ci penserà poi la vita a renderci edotti della ineluttabilità della legge di natura.
Siamo mortali e il limite che la Natura ci pone è invalicabile come ben ci ricorda il mito di Icaro.
Questi, pur essendo stato messo nell'avviso da suo padre che lo esortava a rimanere "coi piedi per terra", volle osare ascendere fino a dove abitano gli Dei secondo un'impresa per definizione impossibile ad un umano, e venne inevitabilmente punito per la sua tracotanza.
La vita, come ben sapevano i Greci antichi, contempla un aspetto inesorabilmente tragico: è ricca di aporìe e contempla finitezza e dolore, costitutivi dell'esistenza. Perciò, se a nulla vale trascorrere la vita rimirando se stessi come Narciso nella presunzione di essere migliori degli Altri, se è fuorviante identificarsi nel Brutto Anatroccolo pur essendo nato cigno, se è pericoloso e vano sentirsi simili agli Dei dunque superiori a tutti gli altri mortali come accadde ad Icaro, per vivere una vita di soddisfazioni degna di essere vissuta sarà necessario accogliere per intero la condizione umana che prevede di tenere in gran conto lo sguardo dell'Altro come specchio parlante.
Se tale specchio fosse perennemente univoco come era perlopiù quello della regina Grimilde nella fiaba di Biancaneve ("la più bella sei tu, mia Regina, dal bosco alla collina, dal mare alla città sei regina di beltà!) non ci consentirebbe di effettuare i continui aggiustamenti di volta in volta migliorativi dell'immagine di sè e ci condannerebbe ad un'immagine primigenia (positiva o negativa che sia) qual'è quella che si sviluppa nella primissima infanzia derivante esclusivamente dal primo- sguardo-che-conta: lo sguardo genitoriale.

venerdì 10 dicembre 2010

A.A.A.: Aggressività, Ansia e Angoscia come 3 "A" strettamente correlate.

L'Aggressività (intesa etimologicamente come ANDARE VERSO, dal latino ad-gredior) è un istinto primario, codicio sine-qua-non per la sopravvivenza.
E'un fenomeno fisiologico legato all'istinto di difesa e all'esplorazione. Essa viene mobilitata ogniqualvolta l'individuo subisca una minaccia o una frustrazione (impedimento di un atto tendente a soddisfare un bisogno).
Chi disponga di una sana aggressività e non sia dunque ipo od iper-aggressivo, sarà disposto a MUOVERSI VERSO gli altri, verso il mondo, verso le situazioni e le occasioni incanalando questa spinta propulsiva verso fini individualmente e socialmente utili nel rispetto dei diritti propri e altrui.
Vi si muoverà spinto da tensione cognitiva e da curiosità e, soprattutto, vi si spingerà da PROTAGONISTA, ovvero come SOGGETTO ATTIVO.
Essere aggressivi in maniera produttiva, contrastando la tendenza regressiva che porterebbe di per sé allo sviluppo predominante dell'aggressione cosiccome contrariando un'esagerata tendenza difensiva di un IO immaturo e debole che preferisce rimuovere inconsciamente l'impulso aggressivo trasformandolo in sintomo nevrotico o psicosomatico, può essere appreso, consentendo di affrontare la realtà in termini vantaggiosi e produttivi.
Chi invece non disponga di una sana aggressività, sarà SOGGETTO a permanere in un ruolo tendenzialmente PASSIVO, costretto ad attendere la “mano tesa” nel movimento altrui, restando perlopiù inattivo.
Com'è ovvio, la condizione psicologica del soggetto tra l'essere attivo o passivo, varia di granlunga , premiando con infinite opportunità il primo ed esponendo al contrario il secondo, alla mercè degli altri, ad una sequela di occasioni mancate quando non al rischio di soccombere, vittima dell'aggressività altrui.
L'aggressività pertanto, come motore verso l'azione, spinge l'uomo a muoversi, foss'anche solo per spingersi lontano dal pericolo, allontanandolo per tempo dalla fonte che costituisce una minaccia che abbia stimolato in lui un prudenziale sentimento di PAURA.
Il precursore della risposta aggressiva è dunque l'ANSIA, che si configura come uno stato d'allerta promosso dalla paura o dalla frustrazione di un bisogno.
Essa predispone il soggetto ad una qualche azione rendendolo massimamente vigile.
L'ansia è un campanello d'allarme. Quando inizia a suonare, mette in risonanza, attivandolo, il sistema simpatico. Scatenando adrenalina,questo inibisce i processi anabolici (attività gastrointestinali) e stimola l'attività cardiaca e polmonare, aumentando l'irrorazione sanguigna di muscoli, polmoni e cervello.
Pensiamo al gatto che avendo udito l'abbaiare furioso di un cane vi reagisca provando paura.
La prima subitanea reazione nel momento dell'entrata in ansia, sarà quella di porsi in ascolto con tutti i sensi in allerta, nella paralisi del movimento, nel mentre il corpo tutto si va predisponendo alla risposta di fuga o di fronteggiamento del pericolo, in una vistosa tensione anticipatoria.
Aumenterà la disposizione all'acuità visiva (con pupille in midriasi), i muscoli saranno contratti, il pelo rizzato per apparire più grosso e temibile, il battito cardiaco aumentato, ecc.
Le variazioni neurovegetative saranno temporanee e strettamente legate al perdurare di un evento minacciante e oggettivo.
Rabbia e paura tendono immediatamente allo scarico e alla risoluzione, con la fuga o l'attacco, di uno stato conflittuale presente nella realtà.
Il gatto pertanto, qualora il pericolo-cane si affacciasse sulla scena concretamente, si troverebbe a scegliere la via di fuga (ad es. arrampicarsi su di un albero) o quella dell'attacco (fronteggiare il cane attaccandolo a sua volta).
Allo stato d'ansia normalmente fa séguito una strategia che mette in gioco l'aggressività e la risposta possibile che si prospetta è,come si è detto, duplice : la fuga o l'attacco.
Dalla minaccia o si scappa, o ci si difende affrontandola.
Quando lo stato d'ansia si debba protrarre per un tempo troppo lungo, chè il pericolo incombe ma non si concretizza mai in un qualcosa che si possa affrontare in una situazione concreta che preveda l'andare-verso una via di fuga o l'andare-verso scagliandosi contro ciò che costituisce la minaccia,
allora il perdurare parossistico dello stato di allerta comporta stress.
Lo stress prolungato diventa mano a mano sempre meno sostenibile fino a sfociare nell'ANGOSCIA.
L'Angoscia pertanto rappresenta uno stato, per dir così, di imbarazzato impaludamento nella paura che è diventata pànico e che non consente più alcuna risposta tra le due possibili: fuga o attacco.
Il risultato è la paralisi; una irresolvibile situazione di stasi, un'attesa vana di un qualunque movimento che conduca verso l'evitamento dalla fonte che costituisce minaccia.
Il campanello d'allarme continuerà a suonare e ad essere udito provocando una sorta di intossicazione da attivazione del sistema simpatico il quale finirà con l'assere vissuto come del tutto “ antipatico” (inteso nella sua accezione corrente come non opportuno e fastidioso).
L'Angoscia è uno status di sofferenza generato da una serie di cause legate tanto al mondo esterno quanto a quello psichico.
Diversamente dalla paura, l'angoscia immobilizza (razionalmente e sensorialmente) rendendo il soggetto passivo alla sofferenza, del tutto incapace di muoversi-verso.
Ansia e Angoscia sono due diversi registri emozionali attivati dal medesimo istinto primario- l'aggressività- che implicano un grado diverso di coinvolgimento: nell'un caso l'uomo AGISCE, nell'altro SUBISCE.

Ansia ed Angoscia, come risposte diverse ad un medesimo attivatore comune, l'Aggressività, sembrano infine l'esordio e l'epilogo di due diverse età evolutive: la giovinezza e l'età matura.
Se in giovane età (quando l'istinto esplorativo e discriminativo rende l'uomo vigile di fronte agli eventi e dispone ad un'agire da protagonista, da soggetto attivo presente a sé stesso) l'attivazione dell'ansia predispone più facilmente e rapidamente ad una risposta sanamente aggressiva, nell'età matura non è infrequente che il protrarsi di stati d'ansia sfoci invece in uno stato d' angoscia.
L'uomo maturo,civilizzato e urbanizzato in aree di sovraffollamento, condizionato da forti inibizioni sociali, esposto a croniche tensioni anticipatorie che non trovano una risoluzione comportamentale, spinto da eventi spesso inspiegabili ed immodificabili, alle prese con variabili impossibili a controllarsi, imbrigliato in rapporti sociali sempre più complessi, ansiogeni e frustranti, intorpidito nei sensi, intossicato da molteplici e reiterati stati d'ansia dove rabbia e paura non trovando immediatamente una possibilità di scarica o di risoluzione ingenerano livelli troppo alti di stress, frastornato da un sistema che corre troppo rapido spesso travolgendo e distruggendo inesorabilmente il preesistente, può finire col percepire se stesso come spettatore impassibile, paralizzato ed inerme, di necessità sofferente, alla lunga possibile vittima del “mal di vivere”.

Diceva il filosofo che nella vita “panta rei”, tutto scorre perchè tutto è movimento. Nella morte, al contrario, vi è stasi. Intendendo l'aggressività nel suo significato etimologico di muoversi-verso, ecco spiegato come essa abbia bisogno dell'ANSIA quale spinta vitale verso un movimento funzionale all'affermazione di sé attraverso l'esplorazione, la ricerca ,il lavoro,ma anche l'amicizia e l'amore (vincoli personali questi, sviluppatisi paradossalmente tantopiù in animali predatori fortemente aggressivi in cui si sia resa indispensabile la collaborazione intraspecifica ai fini della conservazione della specie).

Ma quando l'ansia sia divenuta troppo intensa, essa si tramuta nel sentimento dell' ANGOSCIA che al contrario risulta disfunzionale al movimento, a quel movimento che servirebbe da stimolo per abbandonare vecchi stereotipi dinamici e per trovare nuovi sistemi di adattamento.
Quando l'aggressività quale reazione istintuale collegata ai meccanismi arcaici dell'esistenza sostenuta dall'ansia e prima che l'ansia si possa trasformare in angoscia pervasiva e paralizzante viene meno, in qualche modo viene meno anche la vita.
Se l'ansia dunque è un segno di movimento e di vita, l'angoscia è un segno di paralisi che impedisce la vita.