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mercoledì 22 ottobre 2014

Human therapy o pet therapy? Un caso di mutismo selettivo

Eminéé, Marianna e Tobia
Strana storia, questa: ci sono bambini che non parlano pur potendo parlare. Non sono molti, uno su mille, dicono le statistiche. All'esordio delle loro vite avevano appreso il linguaggio parlato e vi si cimentavano, si esprimevano con le parole per i primi due, tre oppure cinque o sei anni, poi non più, come fossero diventati muti. Molti di loro conservano la possibilità di parlare in un determinato ambiente, per solito in famiglia, ma altrove, all'esterno, a scuola, non più. Questo disturbo, detto anche mutacismo, mutacismo elettivo d'ambiente, afasia volontaria, non deve essere scambiato con un sintomo autistico, nè con la schizofrenia, nè con il ritardo mentale. Esso corrisponde piuttosto ad un disturbo d'ansia in soggetti che non sanno far fronte in altro modo ad emozioni per loro troppo forti. Poichè l'ansia è strettamente correlata all'aggressività essendone il precursore, come una sorta di campanello d'allarme che suona prima di una delle due possibili risposte aggressive di fuga o di attacco, è chiaro che sottenda altresì una mancata risposta sanamente aggressiva sostituita da una forma di protesta prudente e scoraggiata, quasi un ritiro, una sospensione pervasa dalla paura, in cui si ravvisa l'analogia con la paralisi del ragno che per sfuggire alla minaccia  si finge morto per meglio passare inosservato.
Ricordo il caso di un bambino di 8 anni, L., di cui mi occupai nel passato, per un tempo breve e con successo. Credo lo si possa considerare emblematico e sufficientemente esplicativo.
Lavoravo come psicologa e psicoterapeuta in un Servizio Pubblico per l'età evolutiva, quando fui chiamata ad occuparmi di un bambino mutacico, già segnalato dalla scuola.  Subentravo ad un collega che a quel bambino si era dedicato nei precedenti due anni senza essere mai riuscito a sentirne la voce. A casa, diceva la mamma, parlava normalmente anche con i suoi tre fratelli di poco maggiori, ma a scuola mai, fin dal suo primo giorno. Mi era stato descritto come minuto ed estremamente timido. Il collega ricordava ancora la rigidità impaurita con cui questo bimbetto sedeva per tutto il tempo su una seggiolina di scuola media (era quella di cui disponevamo per gli utenti, un po' bassina per noi adulti, un po' troppo alta per bambini piccoli come lui, destinati a rimanervi appollaiati con le gambine penzoloni chè i piedini non riuscivano a toccare terra). Ricordava fin troppo bene anche il "primo colloquio", in verità il suo soliloquio di terapeuta, e tutti i successivi ai quali il bambino a modo suo rispondeva non rifiutandosi mai, tuttavia, di disegnare, scrivere o impegnarsi in giochi a tavolino. Nel corso di quel primo colloquio mi raccontò che ebbe ad accorgersi del suono dello sgocciolìo sempre più intenso e rapido della pipì che questo bambino si era lasciato scappare dai pantaloni arrossendo intensamente per la vergogna.
Quando feci la sua conoscenza L. aveva poco più di 8 anni, effettivamente minuto, pallido e magrolino, in quei giorni di inizio autunno vestiva un paio di anacronistici pantaloni corti di lana e una camiciola succinta, sulla testolina rasata come un militare di leva calzava un curioso berretto da ciclista col frontino corto, in pelle, che gli lasciava scoperte le vistose orecchie non proprio piccole e assolutamente a sventola. Mi ricordava un bambino come ce n'erano tanti negli anni '50, gli anni della mia, non della sua, infanzia. Sentivo freddo per lui. La sua mamma, mite e affettuosa, ci lasciò ben presto soli, doveva occuparsi del maggiore dei suoi figli andandolo a recuperare dalla lezione di violino. Accadde ancora: il suono inequivocabile del rivolo di pipì che gocciolava dalla sua sedia mi avvisò troppo tardi che aveva un'urgenza. Feci del mio meglio per non farlo sentire imbarazzato e gli spiegai che non avevo intenzione di invitarlo ancora visto il disagio che la visita gli procurava, gli spiegai che non era obbligato a parlare nè da me, nè a scuola, tutti sapevano che era in grado di parlare; gli strappai un sorriso quando gli ricordai le parole della sua mamma quando poco prima mi faceva presente che a casa parlava eccome, anzi, fosse stato un po' più zitto. Se non gli riusciva di parlare fuori dalle mura domestiche, nessuno avrebbe avuto nulla in contrario, vista la sua buona intelligenza e il buon profitto come studente.  Sapevo, sapevamo tutti, che aveva altri modi per farsi intendere al di là delle parole, e anche in classe non sarebbe stato strettamente necessario. Ipotizzai che la cosa potesse risultargli  scomoda soprattutto a scuola dove, se non avesse taciuto sempre, avrebbe potuto dimostrare meglio il suo pensiero, le  sue emozioni e le sue capacità, ma aggiunsi che potevo immaginare anche che, quando si ha paura di mettersi in mostra o di misurarsi con i compagni o di fare una brutta figura, tacere è una difesa spontanea spesso efficace. Mi dicesse lui stesso se aveva intenzione di provare a vincere questa sua conflittualità, a lui solo spettava scegliere liberamente se avrebbe avuto voglia di tornare a trovarmi, dopotutto bastava un cenno col capo, di assenso o di diniego.
Alla terza seduta accadde qualcosa di imprevisto. Era l'immediato pomeriggio di un giorno in cui, disponendo io come sempre di una sola mezzora per la pausa pranzo, decisi di rinunciare alla pausa mangereccia per rispondere al canto delle sirene che un bigliettino nella bacheca del sottostante negozio di animali esponeva. Un privato offriva quattro gattini di soli due mesi, figli di una gatta siamese e di un persiano, in una via parallela, non troppo lontana dallo studio. Non esitai e dì lì a poco, accortami che non avrei avuto il tempo, nè il cuore a dire il vero, di portare a casa la bestiola, nel riprendere servizio lo depositai all'interno della pesante scrivania chiusa su 3 lati sperando rimanesse in incognito fino a sera. Se ne stava lì, la mia piccola Eminéé, rincantucciata, immobile, muta e tremante sul freddo pavimento. Manco a farlo apposta, il primo appuntamento era con L. che mi sedeva dinanzi in una condizione d'animo non troppo diversa, supposi, da quella del povero animaletto appena strappato dalle cure amorevoli di mamma gatta e dai vivaci giochi coi tre fratelli. Perciò, da subito, rivolgendomi a lui a bassa voce nel metterlo a parte del mio segreto, gli confidai quale trasgressione avessi appena fatto; gli svelai che c'era una micetta molto molto spaventata sotto la scrivania che probabilmente si stava chiedendo dove fosse finito quello che era stato tutto il suo mondo fino a pochi minuti prima, dove fosse capitata, per quanto tempo avrebbe dovuto rimanere come paralizzata lì dove l'avevo messa e cosa le sarebbe successo in seguito. E fu allora che parlò: "anch'io ho una gatta a casa, sai? ma più grande, lei è adulta. Posso vederla? Sì, la tua è piccolina, ha proprio paura...". Non molto tempo dopo congedai L., certa che pur avendo preso a parlare anche a scuola, non avrebbe mai rivelato la mia scorrettezza professionale, figuriamoci, portare sul luogo di lavoro un animale domestico! Sarebbe rimasto il nostro segreto che né io nè lui avremmo rivelato ad anima viva.
Continua...

sabato 27 aprile 2013

L'uomo è ciò che mangia

La massima del filosofo Feuerbach, l'uomo è ciò che mangia, intende porre l'accento sull'importanza di considerare che tutto ciò che l'essere umano ingurgita, cibo e liquidi, è di primaria importanza, costituendo il carburante che consente lo sviluppo e la propulsione di quella che è la macchina del corpo non disgiunta, beninteso, da quella che è la mente. Tale massima è ricca di significati. Significa che il cosa si mangia fa l'uomo ricco o povero, forte o debole, intelligente o carenziato, ben nutrito e quindi in salute oppure malnutrito e soggetto a malattie, ecc., ma implica anche che l'uomo è come mangia , da solo, in compagnia, con foga o parsimonia, di fretta o con il gusto della lentezza, nel rispetto o nello spregio dell'ambiente e dei viventi, nella consapevolezza o cecità che ciò che è buono da mangiare non coincide, spesso, con ciò che è buono da vendere, ecc.
Il cosa mangiare dipende dalla densità demografica, dalla disponibilità di cibo, o di certi cibi, dipende anche dalle tradizioni culturali e alimentari, dalla peculiarità e dalla predominanza di certi prodotti relativi ad una determinata area geografica, ma anche dalle strategie di allevatori, politici e compagnie multinazionali che vedono nel cibo un profitto più che un nutrimento; può inoltre dipendere dall'osservanza di precetti religiosi o da particolari tabù, ma è sicuramente relativo anche ad una scelta individuale consapevole che prescinde dall'offerta o dai costumi alimentari dominanti.
Tenere una dieta vegetariana, ad esempio, può dipendere da modelli alimentari di popolazioni scarsamente sviluppate (economie eminentemente agricole ma anche soggette a situazioni di restrizione, povertà o carestia); può dipendere più genericamente da fattori culturali e religiosi (buddhismo, brahmanesimo, ecc.), oppure dalla libera scelta di chi non desideri partecipare alle sofferenze e all'eccidio di animali allevati in segregazione a scopo esclusivamente alimentare e sia consapevole dell'antieconomicità dell'allevamento di proteine animali rispetto a quelle vegetali, anche in considerazione allo spreco di acqua, bene essenziale di cui siamo e stiamo diventando sempre più drammaticamente carenti. Analogamente, anche la dieta carnea degli Americani, appassionati di barbecue e fast-food, dipende da fattori culturali antichi, retaggio di una tradizione in cui i bovini erano "il salario", l'unità di scambio e dunque simbolo di ricchezza e potere in un continente vasto dove c'erano pascoli in abbondanza, e fattori economici più recenti, fattori che fecero del maiale e del pollo animali più remunerativi da allevare (i maiali ripulivano e le coltivazioni di patata e le grandi piantagioni di mais della Virginia dai residui rimasti sotto e sopra la terra, mentre i polli, si prestavano e si prestano sempre più, come superpolli, ad allevamenti superveloci grazie ai mangimi composti in cui, oltre a granaglie proteiniche come la soia, entra anche la farina di pesce insieme a cocktails di vitamine, ormoni e antibiotici).
Naturalmente non è detto che l'orgia dei carnivori in terra americana non possa rivelarsi altrettanto transitoria quale fu quella dell'India vedica, ora che la cementificazione e la densità di popolazione, in costante aumento, riducono progressivamente le aree agricole, ora che anche il mais e altre coltivazioni sono destinate alla produzione di biocarburanti.
Si può dire che "il cibo fa l'uomo" o che "l'uomo è il suo cibo" non solo in relazione alla qualità e quantità dei nutrienti contenuti nello stesso, ma anche in relazione alla possibilità della dieta di influire nel "fare anima". La condotta alimentare infatti, presumendo comunque una scelta, perlomeno quando non vi siano situazioni di carestia o particolari patologie, è influenzata dai condizionamenti ambientali, dall'organizzazione sociale, dal periodo storico, dalla densità demografica, dalla latitudine, ecc., ma possiamo anche dire che, viceversa, è capace di influenzare, a sua volta, i comportamenti individuali e sociali, le coscienze e persino l'economia.
Mi piace ricordare, (mi rassicura anche), il poeta Ovidio che nelle sue Metamorfosi disapprovava il consumo di carne, Leonardo da Vinci, convinto vegetariano che sperava venisse il giorno in cui la vita di un animale sarebbe stata considerata ugualmente degna di quella umana, e San Francesco che si adoperò in ogni modo per proteggere la vita di ogni animale ancorchè piccolo come l'allodola. Tutti e tre erano vegetariani, esempio, ciascuno, di unione con la natura, di integrità riconquistata, davvero alla portata di tutti.
Il cibo influenza dunque, più in generale, il corpo e la mente, ma anche l'economia e l'organizzazione sociale.

Esiste dunque coincidenza tra essere e mangiare. Siamo in quanto mangiamo, edo ergo sum, se non ci nutrissimo non saremmo, e quel che siamo, nel corpo e nella mente, nelle cellule e nello spirito, nel vivere sociale, lo dobbiamo anche a ciò che scegliamo per nutrirci e a come scegliamo di nutrirci.
Non dubito, per esempio, che una maggiore consapevolezza di quello che è un profondo difetto di sistema, che potremmo identificare nella gestione finanziaria dei futures, ovvero degli investimenti mediante i quali le aziende finanziarie regolano il mercato delle sementi e dei cibi speculando e traendone enormi profitti, porterebbe ad una migliore distribuzione del cibo, all'insegna di una maggiore equità e ragionevolezza.
Si rende necessario altresì un cambio di rotta nella cultura alimentare; non è infatti più possibile scotomizzare i vistosi paradossi di cui gran parte della popolazione mondiale è vittima, per cui nel mondo, allo stato attuale, si verificano 36 milioni di decessi annui per carenza di nutrizione e, nel contempo, 29 milioni di decessi per eccesso di cibo, per cui un miliardo di persone stanno per morire di fame mentre altrettanti hanno eccedenza di prodotti consumati tanto che 1/3 di questi finiscono scartati nella spazzatura.
Un cambiamento culturale più che mai opportuno dovrebbe altresì farci porre maggiore attenzione alla qualità dei cibi ("mangiare meno, mangiare meglio" dovrebbe essere il motto) e dovrebbe indurci a ritrovare il giusto orgoglio, o come minimo un maggior rispetto, nei confronti del mestiere del contadino o, se proprio vogliamo, del coltivatore. Non dev'essere un caso che Michelle Obama, di là dall'Oceano, si sia tanto impegnata in una campagna alimentare contro il cibo-spazzatura ed abbia faticosamente ripristinato l'orto presso la Casa Bianca, conseguendo, peraltro in un tempo breve, alcuni incoraggianti successi quantomeno a titolo di esempio.

Non va dimenticato che l'incorporamento orale nutre anche l'affettività. Veicolato primariamente dal seno materno, esso ci nutre non solo di latte, ma anche di quel miele metaforico che è costituito dalla dolcezza, dalla tenerezza, dal calore protettivo, dall'appagamento della totalità dei bisogni primari, ivi compresi quelli di attaccamento e protezione. Quando l'insicurezza circa la propria identità ed esistenza tramuta il cibarsi da quella cosa che garantisce la salute del corpo a quel comportamento umano il più carico di simbolismi e valenze cui si associano le emozioni e l'affettività, nasce il disturbo alimentare (la bulimia e l'anoressia ne sono due esempi vistosi). Col cibo si combatte il vissuto di esclusione sociale, si combatte l'angoscia del niente e si tenta di riparare il vuoto esistenziale. Mangio, dunque sono. Mangio, quindi esisto. Esisto male, mangio male. Mangio male, esisto male.
Mangiare troppo, compulsivamente, cercando le sensazioni violente, intense, primitive e selvagge di riempirsi di sostanza e carnalità in un delirio di soddisfazione per quanto momentanea, o troppo poco, in una strenua lotta sul filo del rasoio tra la vita e la morte, tra l'essere e il non essere più, mettendo alla prova se stessi in maniera continuata, ripetitiva e ossessiva, sono facce della stessa medaglia. L'intento sembra, in tutti e due i casi, quello di salvare in qualche modo e l'identità e la possibilità di sentirsi accettati anche nella fragilità di un corpo dismorfico.
In uno scenario non più individuale ma collettivo si può osservare che "il mangiare" è diventato, come si diceva, un problema, anche nell'opulento mondo occidentale. Si tende a comperare ciò che conviene economicamente a discapito della qualità, non si dà valore al cibo quanto se ne dà agli oggetti propagandati dalla società consumistica dei quali, a ben guardare, non abbiamo altrettanta necessità, oppure non si considera, per esempio, che un chilodi pasta asciutta, alimento-base non soltanto nella dieta mediterranea, costa come, o meno, di una tazzina di caffè al bar.

L'incorporamento orale nutre anche lo spirito. Nell'eucaristia, l'incorporazione del "corpo" di Cristo (sangue e carne) simbolicamente racchiuso nell'ostia, diviene maniera di ospitare dentro di noi il figlio di quel Dio di cui siamo fatti a immagine e somiglianza; assumiamo questo cibo in una condivisione collettiva, nella comunione appunto, perchè il cibo è unione. Come disse E. M. Foster, gli eventi principali della vita di un essere umano sono cinque: nascere, mangiare, dormire, amare, morire. Mangiare e amare, però sono quelli che più ci avvicinano gli uni agli altri e che più si avvicinano tra loro. Il cibo, oggetto di scambio per eccellenza fin dal principio, non solo tra il neonato e sua madre, rappresenta un veicolo di interazione privilegiato per tutto l'arco della vita proprio perchè continua ad essere quel denominatore comune vitale che consente la relazione, la conoscenza e la vicinanza e la fiducia nei legami sociali.
Mangiare è sostantivo e verbo. "Questo mangiare fa schifo", "non mi va più di mangiare", "troppo mangiare ingrassa", "ti mangerei di baci", sono espressioni comuni nelle quali utilizziamo la parola "mangiare" in entrambi le forme e nelle sue diverse accezioni di nutrimento concreto e simbolico, quale "carburante" per le funzioni corporee ed elemento affettivo per le funzioni psichiche.
Quando diciamo "il sole mangia le ore" usiamo invece una metafora di incorporazione distruttiva, laddove il tempo, fagocitando ciò che esso stesso genera, le ore, le incorpora e al tempo stesso le distrugge, come Chronos ( il tempo, appunto) i suoi stessi figli, e ciò facendo si assicura, per dir così, l'immortalità ovvero l'eternità.
Ma noi che siamo mortali, non nutrendoci di frazioni infinite di tempo, non possiamo né incorporarle a scopo distruttivo, né tesaurizzarle, abbiamo bisogno di incorporare cibo "buono da mangiare", come direbbe Marvin Harris e "buono da pensare", come direbbe Claude Lévi-Strauss, abbiamo cioè bisogno di un cibo che sia buono al palato, buono dal punto di vista nutrizionale e buono dal punto di vista etico, buono per la mente perchè corrispondente al bene per noi stessi e, nel contempo, per i nostri simili.
Poichè noi siamo animali sociali, il bene è anche e soprattutto bene sociale. Potremmo allora dire che se l'uomo è ciò che mangia, e mangia bene, l'uomo sta bene con se stesso e con gli altri, riconosce la gioia, ed essendo portato per sua natura a condividerla, gli sarà più facile essere buono. Se gli riuscirà di essere buono, non avido, non sfrenatamente individualista, e bello nel corpo perchè una sana alimentazione consente questo, finirà anche col sentirsi bravo, ovvero accettato e premiato socialmente. Non è questo forse il modo per conoscere il ben-essere, la soddisfazione, la gioia?
Di questi tempi, tempi in cui il mondo intero ha diffusamente gioito per l'elezione di un Capo Spirituale che si è scelto il nome del Poverello d'Assisi e che ha riconosciuto gli animali anch'essi come figli di Dio, è possibile sperare in un nuovo corso ove l'unione con la Natura tutta, nel rispetto dei viventi, animali compresi, sia non solo desiderabile, ma di nuovo possibile, ove l'eco della filosofia di Henry David Thoreau e del suo "Walden", cosiccome l'eco della spiritualità orientale e della tradizione cristiana primitiva, tornino a risuonare nelle nostre orecchie. Perchè, fino a prova contraria, è la natura che dà da mangiare a noi che ne siamo i figli.

Non sarebbe male rispolverare la memoria di una celebre storia dei Nativi Americani che narra del trasferimento culturale-pedagogico, dell'insegnamento di vita, di un vecchio Cherokee ai suoi nipoti. Il saggio raccontava di sentire in atto dentro di sè un'antico combattimento come tra due lupi di diverso carattere: uno impaurito, feroce, rabbioso, collerico, avido ed egoista, l'altro amorevole, compassionevole, generoso, empatico e gioioso. La stessa battaglia è in atto dentro a ciascuno di voi, disse, come è dentro ad ogni altra persona. "Chi vincerà tra i due lupi?", chiesero i giovanetti. "Quello a cui darai da mangiare", rispose.
Se vogliamo che la Natura, la nostra Madre Terra, continui a darci da mangiare, garantendoci sopravvivenza e ben-essere, dobbiamo aver cura di non isterilirla, preservandola e avendone cura come fosse il nostro corpo, questo stesso corpo fatto della stessa materia del nutrimento che ci affratella tutti. Diceva Edoardo Galeano che nessuno morirà di fame finchè nessuno morirà d'indigestione.