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martedì 3 gennaio 2012

Preferivo la Befana


Nei primi anni della mia infanzia aspettavo con ansia la nascita del Bambinello, e il giorno in cui finalmente l'avrei deposto nella sua culla-mangiatoia, e l'arrivo della Befana con i suoi doni. Babbo Natale mi era sconosciuto. Apparve più tardi, all'incirca, se non ricordo male, all'epoca in cui cominciavo a padroneggiare la scrittura, erano nate le mie sorelle gemelle e si era agli inizi degli Anni '60. Lo sentii come un usurpatore, una sorta di reificazione di un personaggio da "Carosello", un'invenzione consumistica che non riuscì mai a suscitare la mia spontanea simpatia e men che mai ad avere il fascino indiscusso dell'evento magico, dello stupore che di anno in anno si sarebbe rinnovato invece nell'attesa della buona vecchina. Diciamo che lo accettai, così moderno, così straniero, così Americano con i suoi jinglebells, soltanto per interesse: avrei goduto del doppio dei doni. Ma non ebbi mai per lui la stessa struggente e partecipata tenerezza che provavo per quel Bambinello, fulcro luminoso del presepe, che pure portava doni ai bambini buoni, nè ebbi mai l'identica simpatia che riservavo alla Befana che, sotto le mentite spoglie di una vecchia e brutta strega, tradiva un animo del tutto amorevole e generoso.
Pur non avendo alcuna cognizione antropologica o cosmologica, riconoscevo Gesù Bambino, per quanto oscuramente, come prototipo del "puer aeternus" il cui avvento, invocato da tutti i popoli anche prima della cristianità, era atteso come simbolo di rinascita e continuità della vita, frutto della sacra unione tra il vigore solare e la fecondità della Terra, Grande Madre di tutti, in un periodo dell'anno in cui, a causa del solstizio d'inverno, per tutti si rinnova la paura dello spegnimento dell'Astro Luminoso e della conseguente infecondità del suolo terrestre.
Pur non conoscendo la storia dei Veneti, la "mia gente", come popolo migratore adoratore del Sole che fin dalla preistoria procedette lungo il cammino dell'Astro fino al punto in cui non era possibile andare oltre nella regione bretone di Finistère (finis terrae), e pur non riconoscendo nel superstite rito dei falò praticato nella notte dell'Epifania la testimonianza di quell'adorazione, attendevo con ansia quella notturna festa campestre che avrebbe illuminato a giorno una delle notti più fredde e buie dell'anno. Mi sfuggiva totalmente il significato del rito propiziatorio dell'accensione del fuoco dei falò come forma di aiuto nei confronti del Sole che veniva in questo modo esortato a riscaldarsi e a risplendere per riprendersi dalla sua crisi invernale. Ignoravo la genesi ed il significato del rito alimentare della comunione del dolce tipico di questo periodo, i cui ingredienti corrispondevano simbolicamente a ciascuna delle principali risorse alimentari della Terra Veneta, come scambio propiziatorio. Eppure partecipavo trepidante dell'attesa e dell'incanto delle Feste Natalizie assaporandone la magia e i misteri perchè di questi (la Nascita, i doni dei Magi, la Stella Cometa, l'Albero, il Vischio, i Doni, "la Pinsa" prima che il Panettone...) partecipavo, intuendone, in qualche modo, il significato simbolico-augurale del rinnovarsi di un ciclo.

Non risolsi mai il mistero di come facesse la Befana a calarsi nel camino, di come potesse portare nella stessa notte tanti doni a tutti i bambini del mondo, di come riuscisse a riconoscere i meritevoli, o di come facesse a sopravvivere, senza scoppiare di indigestione e senza ubriacarsi di brutto, se in casa di ciascuno si andava rifocillando con una fetta di dolce (la tipica "pinsa" fatta di farina di grano e mais ricca di frutta secca) e un bicchiere di vino. Ma tant'è: il mistero è mistero, l'importante è crederci.
La magia vera, l'attesa partecipata e l'apparizione (epifania appunto) unica possibile in cui potessi credere (verificavo al mattino le tracce effettive tra la cenere del caminetto, piattino e bicchiere vuoti), erano possibili solo grazie alla Befana che mi rappresentavo come la mamma di tutte le nonne e bisnonne del mondo, un'adorabile vecchina, quintessenza della femminilità materna, eroicamente capace di sopportare uno sforzo titanico (figuriamoci caricare nel sacco quel mare di doni tra cui magari anche una biciclettina) in una notte sola, per tutti i bambini del mondo, fin dai tempi dei tempi...
E poi Babbo Natale, beh sì, lo si poteva anche chiamare "Papà" Natale, ma non sarebbe stato il suo Vero Nome, e dalle mie parti, nel Veneto, non si è mai sentito nessun bambino chiamare il proprio genitore di sesso maschile "babbo" (lo faceva solo Pinocchio che infatti era Toscano), ma sempre e solo "papà". E poi, Lui, portava i doni indiscriminatamente a tutti i bambini e non soltanto a quelli meritevoli, deponendoli sotto lo scintillante albero di Natale, nel salotto buono o tinello, in quella stanza più fredda adiacente la cucina, dove il nonno passava il tempo a fumare e a leggere il Corriere della Sera, appisolandosi a lungo per smaltire la fatica post-prandiale ma dove noi, tutti noialtri, non si stava quasi mai congiuntamente, se non certe sere, a guardare certi programmi TV di alto gradimento (Campanile sera, Lascia o Raddoppia, il Festival di Sanremo, Non è Mai Troppo Tardi del compianto Maestro Manzi...).
Sinceramente non c'era paragone tra il calore della cucina, stanza muliebre, dove avrebbe posto i suoi doni la Befana, e la freddezza del tinello, stanza maschile, dove li avrebbe posti Babbo Natale. Il tinello infatti era una stanza abitata perlopiù dall'anziano Capostipite, buona tuttalpiù per accogliere gli ospiti in visita, il più frequente dei quali era il Medico di Famiglia che vi compiva le sue taumaturgiche liturgie (la più magica tra tutte mi sembrava essere la misurazione della pressione arteriosa, nel mentre bisognava osservare un religioso silenzio carico soltanto dei sottili soffi dello sfigmomanometro, dal cui esito sembravano dipendere la vita come la morte).
Altro era la cucina, cuore pulsante della casa dove si affaccendavano perennemente le donne: la nonna, la mamma, fintanchè fu possibile permettersela anche la cameriera, e la bisnonna Antonietta che col suo sorriso perennemente benevolo trascorreva il tempo, quando non leggeva il Corriere della Sera in seconda lettura (toccava prima al nonno), confezionando pizzi e centrini all'uncinetto alla rapidità della luce (e come ci riuscisse con quel suo occhio spento, appannato e ceruleo, resta uno dei tanti misteri).
Credevo nella Befana come in Gesù, che per tutta l'infanzia mi raffiguravo Bambino, un bambino che cresceva con me e che immaginavo diventasse sempre più buono e giusto, più di quanto riuscissi a credere in Dio, un Padre che non mi riusciva di raffigurarmi se non come presenza immanente vagamente inquietante a causa della sua potenza punitiva. E a dir la verità li pregavo entrambe, Gesù sommessamente o con parole interiori specialmente la sera, la Befana una volta all'anno e con richieste orali rivolte ai "Grandi" della famiglia "per interposta persona", almeno fino a che non mi fu possibile vergare, direttamente a Lei, una composta letterina.
Pensavo alla Befana come ad una Grande Madre Giusta che, alla fine di ogni anno, avrebbe tirato le somme anche con me, valutando se sarei stata meritevole del carbone buono per la stufa oppure del carbone buono da mangiare offerto insieme ai doni.
Naturalmente temevo la sorpresa di una calza riempita col carbone da bruciare, quello stesso che un carretto recapitava di quando in quando a casa in forma di uova e di lingotti che venivano fatti scivolare giù per la bocca di lupo che se li inghiottiva fragorosamente per stiparli direttamente in cantina.
Ma in cuor mio sapevo che sarebbe stata una possibilità remota, più teorica che altro, e dunque mi aspettavo con più probabilità il carbone dolce (esisteva in tocchi irregolari bianchi o neri e ah, com'era buono quello scuro vagamente mentolato...!). Sapevo che ne avrebbe stipato la calza appesa alla cappa del camino, rendendone la sagoma inconfondibilmente bitorzoluta, con sporgenze acute per gli spigoli dei grossi tocchi di carbone, più piccole e comunque spigolose per le caramelle Baratti o Rossana, bollose per le arance e i mandarini.
Confidavo soprattutto nei Regali, che peraltro non erano mai mancati, e che sempre mi era dato di trovare più numerosi e ricchi di quelli che avevo sperato e richiesto.
Ogni anno ricevevo la conferma di essere stata buona secondo una valutazione che superava le mie stesse aspettative.
Ricevere o non ricevere i doni era dunque questione di merito, non di fortuna.
Nel mio Olimpo hanno convissuto a lungo queste tre divinità e di sicuro il posto privilegiato lo ha occupato la Befana.

Oggi mi chiedo se la credulità di tanti, troppi, tra i miei consimili che credono nella Dea Bendata, strofinando compulsivamente i Gratta e Vinci o il mouse durante una solitaria partita in uno qualunque dei giochi d'azzardo elettronici, non rappresenti una forma di permanenza del pensiero magico infantile, quello stesso che si affidava alla munificità indiscriminata di Babbo Natale piuttosto che all'equità meritocratica della Befana.
In una società sempre più senza Padre, per dirla con Mitscherlich, e dove Dio è morto, per dirla con Nietzsche e anche coi Nomadi, in questi tempi affannati e caotici in cui anche la Madre (Gea senza troppa Igea) sembra stare poco bene, ci si affida sempre più a quella Dea che, in quanto bendata, del tutto ciecamente potrebbe calare dal camino una Fortuna in qualunque giorno dell'anno. Poichè non sarebbe questione di merito, ma piuttosto di capacità di illusione (da "in-ludere", giocare dentro, sfidando il Caso), è giocoforza che i giocatori migliori siano paradossalmente i più svantaggiati (di certo non meno meritevoli, ma certo meno abbienti e più desiderosi di doni).
Ed ecco che il gioco d'azzardo come fenomeno compulsivo, anzichè decrescere, aumenta, e aumenta in maniera inversamente proporzionale al reddito mano a mano che anche il sogno Americano (altra eredità postbellica da Oltreoceano), come già ogni fiducia o fede nel Dono come premio ai meritevoli, va svanendo.

venerdì 3 dicembre 2010

1-2-3, Si gioca a... "Facciamo che io Ero"

“Facciamo che io ero” costituisce il consueto preambolo al gioco tra due bambini: un gioco di ruolo dove ciascuno interpreta di volta in volta un personaggio diverso.
“Facciamo che io ero il cavaliere e tu lo scudiero, io la mamma e tu il bambino piccolo”, come una formula magica, mette in chiaro da subito quale sarà il contesto del gioco e quali i personaggi sulla scena. Nessuno dice o direbbe “facciamo che io sono”.
Come mai l'ausiliare -essere- viene usato nel tempo imperfetto ? Come mai c'è bisogno di un tempo diverso dal presente dove pure si sta svolgendo l'azione ?
E' intuitivo che l'area del gioco, spazio in cui si svolge l'azione illusoria, abbisogna di essere in qualche modo definita come un'area speciale, un'area in cui i protagonisti si comportano “come se”.
Tale area prevede una sorta di straniamento dal reale e dalle consuetudini che preveda di porre se stessi in un tempo, in un luogo, in una situazione altri e diversi.
Concordemente, nell'accingersi a giocare, i bambini prevedono a priori di calarsi in una illusione ( da in-ludere, appunto, giocare dentro) condivisa.
Sentono che il gioco, cosiccome la drammatizzazione che da esso ne deriva, ha però bisogno di essere circoscritto entro confini ben precisi, in un'area diversa da quella dell'hic et nunc che costituisce la realtà e il tempo presente.
Circoscrivere l'area del -qui e ora- da quella antecedente della definizione dei ruoli sulla scena, rappresenta la necessità di tenere distinti i due piani dell'illusorietà e della concretezza, del passato e del presente, di ciò che è stato stabilito nell'accordare parti personaggi e azione del gioco da ciò che viene agìto sulla scena ludica sul piano dell'illusorietà. Ciò nel mentre ciascuno non smette, purtuttavia, di sapere chi è per davvero.
Ma perchè lo spostamento dalla ineludibile realtà fattuale e circostanziale abbisogna del tempo imperfetto e non, per esempio, del futuro o del passato remoto ?
Sembra che, anche se i cuccioli dell'uomo non ne sono consapevoli, il significato letterale del termine imperfetto, disambiguato da quello più strettamente attinente all'analisi logica (non -perfetto- inteso come non -passato remoto -), ci aiuti a comprenderne l'utilizzo così diffuso nell'infanzia.
Sembra mettere chiarezza tra “persona”intesa come -colui che è come è- e persona nel suo significato etimologico -dal latino “persona”intesa come “maschera di attore”-.
Imperfetto allude infatti ad una forma “non perfetta”e dunque non del tutto calzante, non del tutto propria e adeguata, in qualche modo non congrua e non corrispondente alla cose-come-stanno, piuttosto che ad una caratteristica capace di collocare l'azione in un tempo-passato-seppure-da-poco.
Rappresenta l'imperfezione di chi si cala nella parte consapevole di stare calzando in qualche modo una maschera; di chi si cala nelle parti ad es. del cavallo pur non potendosi trasformare né realisticamente né credibilmente, in un animale a quattro zampe che nitrisce.
Se per giocare dentro le parti nell'illusione del gioco necessitasse far ricorso ad un qualunque tempo non-presente, tanto per rendere maggiormente significativo il bisogno di un allontanamento dalla realtà dell'hic et nunc, non si vede perchè non venga mai usato nemmeno il tempo al futuro: “facciamo che io sarò”.
I bambini, a qualunque latitudine, spontaneamente, si accordano dicendo: “facciamo che io ero” e in seguito, anche nel corso del gioco quando vi sia bisogno di un qualsiasi aggiustamento nel copione, continueranno a comunicare tra loro facendo uso dell'imperfetto “ adesso tu entravi nel bosco per andare dalla nonna...”.
E' come se l'azione del giocare si dovesse distanziare sempre, anche se di poco, dai preamboli concordati o dai continui aggiustamenti in corso d'opera . E' come se i giocatori sottintendessero: “quando tra poco cominceremo il gioco vero e proprio o quando sia necessario il passaggio ad un piano di realtà in cui si interviene come una voce fuori campo a suggerire via via nuovi sviluppi dalla trama, FACCIAMO di ricordarci dell'accordo preso per cui dunque io ERO già (per definizione) ad es. un cavaliere e tu eri già (per definizione) il cavallo.
Quindi giocheranno al presente un'impalcatura tecnica accordata poco prima, in un tempo passato da poco; un passato recentissimo capace tuttavia di sottolineare e circoscrivere l'illusorietà condivisa dell'agìto.
Facciamo come se io fossi diventato il cavaliere e tu il cavallo, ma entrambi noi, concordemente, sappiamo che non è esattamente così perchè lo abbiamo appena stabilito per regola, dunque nel mentre lo stabilivamo io ERO diventato il cavaliere e tu il cavallo. Modelleremo pizze e torte col Das, ci esorteremo vicendevolmente a mangiarle, le pagheremo e le gusteremo tra entusiastici apprezzamenti e gridolini di giubilo, ma nessuno di noi si sognerà di ingerirle per davvero.
Il necessario preambolo che dà l'avvio al gioco del -facciamo che io ero - rende possibile la percezione della pizza come SIMBOLO del corrispondente commestibile, senza tema di confusione tra realtà ed illusorietà fantastica.
In presenza di patologia invece, come per esempio nell'autismo, il gioco simbolico non si rende possibile: pizze e torte di plastilina sono considerate pizze e torte tanto quelle edibili, e potranno finire ingerite.
Non c'è mai stato nessun tempo in cui ERANO altro.
In patologia mancherà di sicuro il preambolo del “facciamo che io ero” che garantisce la presa di distanza dalla realtà immaginata o fittizia con la quale gli attori giocano “come se” fosse vera, e la realtà oggettiva delle cose-come-stanno.
Nella patologia accade qualcosa di simile alla condizione di estrema deprivazione, come quando la suola di scarpone di un affamato Charlie Chaplin viene gustata previa bollitura, alla stregua di un tacchino arrosto.

Per concludere vorrei riportare qui una variante del -facciamo che io ero- espressa genialmente da una bambina di pochi anni ogni qualvolta ella si riferiva a se stessa in un recente passato: “quando io SON-ERI piccola”.
Nell'espressione, per esempio, “ti ricordi quando io son-eri piccola e il mio orsacchiotto aveva perso un occhio...?”, l'utilizzo dell'ausiliare composto nella sua forma all'indicativo presente SON accanto all'imperfetto ERI, rappresenta un' abile sintesi (presente-passato da poco) che rende manifesta la consapevolezza dell'impossibilità per una piccola di autodefinirsi tale al passato mentre è ancora, a tutti gli effetti, piccola.
Ciò come se ci fosse bisogno di relativizzare ulteriormente per tenere separate due realtà (l'essere stata più piccola: ERI, dall'essere piccola ancora al presente: SON) altrimenti sovrapponibili e indistinguibili .
In questa coniugazione creativa e neologistica, la bambina dimostra tutto il suo sforzo di tenere disgiunto il piano dell'immagine di sè nel qui e ora, da quello fantasticato nell'evocazione del ricordo.
Se ne può concludere che le possibilità di crescere secondo uno sviluppo normale comporta lo sforzo di tenere ben distinta la realtà dalla fantasia; la realtà contingente nel qui e ora dalla evocazione mnestica di ciò che è stato; la percezione del reale oggettivo e oggettivabile dall'immaginazione (sogno, o fantasma, o mero ricordo che sia).