sabato 27 aprile 2013

L'uomo è ciò che mangia

La massima del filosofo Feuerbach, l'uomo è ciò che mangia, intende porre l'accento sull'importanza di considerare che tutto ciò che l'essere umano ingurgita, cibo e liquidi, è di primaria importanza, costituendo il carburante che consente lo sviluppo e la propulsione di quella che è la macchina del corpo non disgiunta, beninteso, da quella che è la mente. Tale massima è ricca di significati. Significa che il cosa si mangia fa l'uomo ricco o povero, forte o debole, intelligente o carenziato, ben nutrito e quindi in salute oppure malnutrito e soggetto a malattie, ecc., ma implica anche che l'uomo è come mangia , da solo, in compagnia, con foga o parsimonia, di fretta o con il gusto della lentezza, nel rispetto o nello spregio dell'ambiente e dei viventi, nella consapevolezza o cecità che ciò che è buono da mangiare non coincide, spesso, con ciò che è buono da vendere, ecc.
Il cosa mangiare dipende dalla densità demografica, dalla disponibilità di cibo, o di certi cibi, dipende anche dalle tradizioni culturali e alimentari, dalla peculiarità e dalla predominanza di certi prodotti relativi ad una determinata area geografica, ma anche dalle strategie di allevatori, politici e compagnie multinazionali che vedono nel cibo un profitto più che un nutrimento; può inoltre dipendere dall'osservanza di precetti religiosi o da particolari tabù, ma è sicuramente relativo anche ad una scelta individuale consapevole che prescinde dall'offerta o dai costumi alimentari dominanti.
Tenere una dieta vegetariana, ad esempio, può dipendere da modelli alimentari di popolazioni scarsamente sviluppate (economie eminentemente agricole ma anche soggette a situazioni di restrizione, povertà o carestia); può dipendere più genericamente da fattori culturali e religiosi (buddhismo, brahmanesimo, ecc.), oppure dalla libera scelta di chi non desideri partecipare alle sofferenze e all'eccidio di animali allevati in segregazione a scopo esclusivamente alimentare e sia consapevole dell'antieconomicità dell'allevamento di proteine animali rispetto a quelle vegetali, anche in considerazione allo spreco di acqua, bene essenziale di cui siamo e stiamo diventando sempre più drammaticamente carenti. Analogamente, anche la dieta carnea degli Americani, appassionati di barbecue e fast-food, dipende da fattori culturali antichi, retaggio di una tradizione in cui i bovini erano "il salario", l'unità di scambio e dunque simbolo di ricchezza e potere in un continente vasto dove c'erano pascoli in abbondanza, e fattori economici più recenti, fattori che fecero del maiale e del pollo animali più remunerativi da allevare (i maiali ripulivano e le coltivazioni di patata e le grandi piantagioni di mais della Virginia dai residui rimasti sotto e sopra la terra, mentre i polli, si prestavano e si prestano sempre più, come superpolli, ad allevamenti superveloci grazie ai mangimi composti in cui, oltre a granaglie proteiniche come la soia, entra anche la farina di pesce insieme a cocktails di vitamine, ormoni e antibiotici).
Naturalmente non è detto che l'orgia dei carnivori in terra americana non possa rivelarsi altrettanto transitoria quale fu quella dell'India vedica, ora che la cementificazione e la densità di popolazione, in costante aumento, riducono progressivamente le aree agricole, ora che anche il mais e altre coltivazioni sono destinate alla produzione di biocarburanti.
Si può dire che "il cibo fa l'uomo" o che "l'uomo è il suo cibo" non solo in relazione alla qualità e quantità dei nutrienti contenuti nello stesso, ma anche in relazione alla possibilità della dieta di influire nel "fare anima". La condotta alimentare infatti, presumendo comunque una scelta, perlomeno quando non vi siano situazioni di carestia o particolari patologie, è influenzata dai condizionamenti ambientali, dall'organizzazione sociale, dal periodo storico, dalla densità demografica, dalla latitudine, ecc., ma possiamo anche dire che, viceversa, è capace di influenzare, a sua volta, i comportamenti individuali e sociali, le coscienze e persino l'economia.
Mi piace ricordare, (mi rassicura anche), il poeta Ovidio che nelle sue Metamorfosi disapprovava il consumo di carne, Leonardo da Vinci, convinto vegetariano che sperava venisse il giorno in cui la vita di un animale sarebbe stata considerata ugualmente degna di quella umana, e San Francesco che si adoperò in ogni modo per proteggere la vita di ogni animale ancorchè piccolo come l'allodola. Tutti e tre erano vegetariani, esempio, ciascuno, di unione con la natura, di integrità riconquistata, davvero alla portata di tutti.
Il cibo influenza dunque, più in generale, il corpo e la mente, ma anche l'economia e l'organizzazione sociale.

Esiste dunque coincidenza tra essere e mangiare. Siamo in quanto mangiamo, edo ergo sum, se non ci nutrissimo non saremmo, e quel che siamo, nel corpo e nella mente, nelle cellule e nello spirito, nel vivere sociale, lo dobbiamo anche a ciò che scegliamo per nutrirci e a come scegliamo di nutrirci.
Non dubito, per esempio, che una maggiore consapevolezza di quello che è un profondo difetto di sistema, che potremmo identificare nella gestione finanziaria dei futures, ovvero degli investimenti mediante i quali le aziende finanziarie regolano il mercato delle sementi e dei cibi speculando e traendone enormi profitti, porterebbe ad una migliore distribuzione del cibo, all'insegna di una maggiore equità e ragionevolezza.
Si rende necessario altresì un cambio di rotta nella cultura alimentare; non è infatti più possibile scotomizzare i vistosi paradossi di cui gran parte della popolazione mondiale è vittima, per cui nel mondo, allo stato attuale, si verificano 36 milioni di decessi annui per carenza di nutrizione e, nel contempo, 29 milioni di decessi per eccesso di cibo, per cui un miliardo di persone stanno per morire di fame mentre altrettanti hanno eccedenza di prodotti consumati tanto che 1/3 di questi finiscono scartati nella spazzatura.
Un cambiamento culturale più che mai opportuno dovrebbe altresì farci porre maggiore attenzione alla qualità dei cibi ("mangiare meno, mangiare meglio" dovrebbe essere il motto) e dovrebbe indurci a ritrovare il giusto orgoglio, o come minimo un maggior rispetto, nei confronti del mestiere del contadino o, se proprio vogliamo, del coltivatore. Non dev'essere un caso che Michelle Obama, di là dall'Oceano, si sia tanto impegnata in una campagna alimentare contro il cibo-spazzatura ed abbia faticosamente ripristinato l'orto presso la Casa Bianca, conseguendo, peraltro in un tempo breve, alcuni incoraggianti successi quantomeno a titolo di esempio.

Non va dimenticato che l'incorporamento orale nutre anche l'affettività. Veicolato primariamente dal seno materno, esso ci nutre non solo di latte, ma anche di quel miele metaforico che è costituito dalla dolcezza, dalla tenerezza, dal calore protettivo, dall'appagamento della totalità dei bisogni primari, ivi compresi quelli di attaccamento e protezione. Quando l'insicurezza circa la propria identità ed esistenza tramuta il cibarsi da quella cosa che garantisce la salute del corpo a quel comportamento umano il più carico di simbolismi e valenze cui si associano le emozioni e l'affettività, nasce il disturbo alimentare (la bulimia e l'anoressia ne sono due esempi vistosi). Col cibo si combatte il vissuto di esclusione sociale, si combatte l'angoscia del niente e si tenta di riparare il vuoto esistenziale. Mangio, dunque sono. Mangio, quindi esisto. Esisto male, mangio male. Mangio male, esisto male.
Mangiare troppo, compulsivamente, cercando le sensazioni violente, intense, primitive e selvagge di riempirsi di sostanza e carnalità in un delirio di soddisfazione per quanto momentanea, o troppo poco, in una strenua lotta sul filo del rasoio tra la vita e la morte, tra l'essere e il non essere più, mettendo alla prova se stessi in maniera continuata, ripetitiva e ossessiva, sono facce della stessa medaglia. L'intento sembra, in tutti e due i casi, quello di salvare in qualche modo e l'identità e la possibilità di sentirsi accettati anche nella fragilità di un corpo dismorfico.
In uno scenario non più individuale ma collettivo si può osservare che "il mangiare" è diventato, come si diceva, un problema, anche nell'opulento mondo occidentale. Si tende a comperare ciò che conviene economicamente a discapito della qualità, non si dà valore al cibo quanto se ne dà agli oggetti propagandati dalla società consumistica dei quali, a ben guardare, non abbiamo altrettanta necessità, oppure non si considera, per esempio, che un chilodi pasta asciutta, alimento-base non soltanto nella dieta mediterranea, costa come, o meno, di una tazzina di caffè al bar.

L'incorporamento orale nutre anche lo spirito. Nell'eucaristia, l'incorporazione del "corpo" di Cristo (sangue e carne) simbolicamente racchiuso nell'ostia, diviene maniera di ospitare dentro di noi il figlio di quel Dio di cui siamo fatti a immagine e somiglianza; assumiamo questo cibo in una condivisione collettiva, nella comunione appunto, perchè il cibo è unione. Come disse E. M. Foster, gli eventi principali della vita di un essere umano sono cinque: nascere, mangiare, dormire, amare, morire. Mangiare e amare, però sono quelli che più ci avvicinano gli uni agli altri e che più si avvicinano tra loro. Il cibo, oggetto di scambio per eccellenza fin dal principio, non solo tra il neonato e sua madre, rappresenta un veicolo di interazione privilegiato per tutto l'arco della vita proprio perchè continua ad essere quel denominatore comune vitale che consente la relazione, la conoscenza e la vicinanza e la fiducia nei legami sociali.
Mangiare è sostantivo e verbo. "Questo mangiare fa schifo", "non mi va più di mangiare", "troppo mangiare ingrassa", "ti mangerei di baci", sono espressioni comuni nelle quali utilizziamo la parola "mangiare" in entrambi le forme e nelle sue diverse accezioni di nutrimento concreto e simbolico, quale "carburante" per le funzioni corporee ed elemento affettivo per le funzioni psichiche.
Quando diciamo "il sole mangia le ore" usiamo invece una metafora di incorporazione distruttiva, laddove il tempo, fagocitando ciò che esso stesso genera, le ore, le incorpora e al tempo stesso le distrugge, come Chronos ( il tempo, appunto) i suoi stessi figli, e ciò facendo si assicura, per dir così, l'immortalità ovvero l'eternità.
Ma noi che siamo mortali, non nutrendoci di frazioni infinite di tempo, non possiamo né incorporarle a scopo distruttivo, né tesaurizzarle, abbiamo bisogno di incorporare cibo "buono da mangiare", come direbbe Marvin Harris e "buono da pensare", come direbbe Claude Lévi-Strauss, abbiamo cioè bisogno di un cibo che sia buono al palato, buono dal punto di vista nutrizionale e buono dal punto di vista etico, buono per la mente perchè corrispondente al bene per noi stessi e, nel contempo, per i nostri simili.
Poichè noi siamo animali sociali, il bene è anche e soprattutto bene sociale. Potremmo allora dire che se l'uomo è ciò che mangia, e mangia bene, l'uomo sta bene con se stesso e con gli altri, riconosce la gioia, ed essendo portato per sua natura a condividerla, gli sarà più facile essere buono. Se gli riuscirà di essere buono, non avido, non sfrenatamente individualista, e bello nel corpo perchè una sana alimentazione consente questo, finirà anche col sentirsi bravo, ovvero accettato e premiato socialmente. Non è questo forse il modo per conoscere il ben-essere, la soddisfazione, la gioia?
Di questi tempi, tempi in cui il mondo intero ha diffusamente gioito per l'elezione di un Capo Spirituale che si è scelto il nome del Poverello d'Assisi e che ha riconosciuto gli animali anch'essi come figli di Dio, è possibile sperare in un nuovo corso ove l'unione con la Natura tutta, nel rispetto dei viventi, animali compresi, sia non solo desiderabile, ma di nuovo possibile, ove l'eco della filosofia di Henry David Thoreau e del suo "Walden", cosiccome l'eco della spiritualità orientale e della tradizione cristiana primitiva, tornino a risuonare nelle nostre orecchie. Perchè, fino a prova contraria, è la natura che dà da mangiare a noi che ne siamo i figli.

Non sarebbe male rispolverare la memoria di una celebre storia dei Nativi Americani che narra del trasferimento culturale-pedagogico, dell'insegnamento di vita, di un vecchio Cherokee ai suoi nipoti. Il saggio raccontava di sentire in atto dentro di sè un'antico combattimento come tra due lupi di diverso carattere: uno impaurito, feroce, rabbioso, collerico, avido ed egoista, l'altro amorevole, compassionevole, generoso, empatico e gioioso. La stessa battaglia è in atto dentro a ciascuno di voi, disse, come è dentro ad ogni altra persona. "Chi vincerà tra i due lupi?", chiesero i giovanetti. "Quello a cui darai da mangiare", rispose.
Se vogliamo che la Natura, la nostra Madre Terra, continui a darci da mangiare, garantendoci sopravvivenza e ben-essere, dobbiamo aver cura di non isterilirla, preservandola e avendone cura come fosse il nostro corpo, questo stesso corpo fatto della stessa materia del nutrimento che ci affratella tutti. Diceva Edoardo Galeano che nessuno morirà di fame finchè nessuno morirà d'indigestione.

6 commenti:

  1. Hai toccato molti punti interessanti, che meriterebbero ciascuno un commento particolare, ma gola come la logorrea è qualcosa da tenere a freno, perciò mi limiterò a dire 2 cosine sul MANGIARE COME ATTO SOCIALE. Non ci ho mai fatto caso più di tanto, ma credo proprio che mangiare sia una delle poche cose rimaste che ci tiene ancora legati al mondo reale, e che non abbia un corrispettivo virtuale in un non-luogo nel cyberspazio. In un mondo in cui i rapporti umani stanno scemando in qualità e quantità, è inquietante constatare come stia lentamente scomparendo la necessità, o semplicemente la voglia, di sedersi attorno ad un tavolo per condividere del cibo, per parlare, per guardarsi negli occhi: mangiare davanti al programma tv preferito, in piedi per la fretta di uscire, per strada o (per i veri alienati) soli davanti al computer alla ricerca di un utente disponibile a chattare, stanno diventando abitudini comuni. Un trend apparentemente e pericolosamente solipsista che cozza con la natura del pasteggio, orientata verso la condivisione per gran parte dei mammiferi. Se ci pensiamo bene, già solo l’idea del mangiare connette il sé con il mondo: “esurio, ergo sum” cartesianamente parlando (penso si dica così, non ho mai studiato il latino), ma anche mondo nel senso di società, di persone, di ortolani e supermercati dove procacciare modernamente il cibo. Da sempre l’uomo ha fatto del nutrirsi un evento collettivo arricchito di significati culturali e sociali. In ogni epoca e in ogni dove, come ha scritto Harris, dietro al gesto semplice dello sfamarsi, si sono celati e si celano tuttora miriadi di elementi, di regole, pratiche e credenze che trascendono la pragmatica categoria del “tecnicamente commestibile per gli esseri umani”. Tabù alimentari, galateo, arte culinaria e simbolismo religioso sono alcuni di questi significati che le varie civiltà aggiungono al semplice atto meccanico, arricchendolo di valori che caratterizzano una determinata cultura nella quale le persone si identificano.
    Quando il cosa, il come, il quando, con chi e dove mangiare, perdono la loro importanza per le persone, dovremmo chiederci se questo è dovuto solo alla casualità degli eventi, a esigenze di routine, o se invece sia in atto qualche cambiamento più profondo, che forse ci porta a non riconoscerci più nel modello proposto dalla nostra tradizione. Chi vivrà vedrà. Come per il già citato esempio dell’Eucaristia cristiana, esiste spesso una connessione simbolica tra il mangiare e la religione, spesso usato come medium per interagire con le entità trascendenti. Durante una mia ricerca in Perù, ho avuto il piacere di partecipare a una tradizionale Pachamanca assieme ad una famiglia di allevatori di Alpaca in una fattoria sperduta tra le Ande a circa 4600m slm. La Pachamanca è simile a quello che noi chiamiamo barbecue, solo che la cottura degli alimenti avviene in un buco scavato nel terreno scaldato da pietre roventi. Originariamente, rappresentava un’offerta alla dea della terra/fertilità Pachamama per propiziare le attività agro-pastorali. Ammesso e non concesso che la gente creda ancora a queste cose, la Pachamanca rimane per tutti un occasione per condividere il cibo quando con la famiglia e con gli ospiti. Nonostante l’estrema povertà degli allevatori, la location spartana (no luce, no gas, no acqua, no posate) e le difficoltà a digerire a 4600m di altitudine seduto su un prato con 5°, ho vissuto un’esperienza di convivialità fuori dal tempo. Condividendo il cibo con quelle persone, di fatto, abbiamo rotto il ghiaccio e superato le differenze di aspetto fisico, culturali che all’inizio ostacolavano un po‘ il mio lavoro. Mangiare con loro e come loro mi ha permesso di essere accettato e riconosciuto, e di ottenere quindi la loro fiducia, a prescindere dal significato culturale originario dietro alla Pachamanca. Questo supporta la mia affermazione iniziale del mangiare come atto sociale, perché è vero che l’uomo è ciò che mangia, ma è anche vero che il “come si mangia”, fa l’uomo.

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  2. Caro Anonimo, ti ringrazio ancora una volta per le tue riflessioni antropologico-sociali in punta di penna. Faccio mio il tuo "sono affamato dunque sono" considerando che la fame, in senso metaforico, è anche fame di sapere, è desiderio/bisogno di conoscenza. E si conosce solo quando ci si confronta gli uni con gli altri. Nessuna conoscenza è possibile nell'isolamento di chi sta solo. L'individualismo dilagante di chi pensa solo a se stesso avendo perso la capacità di misurarsi e cooperare con gli altri, conduce al disorientamento, all'immobilismo, è la paralisi della paura. La fame vien mangiando, si dice. E chi non beve o mangia in compagnia...

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  3. Davvero arduo aggiungere qualcosa ad un articolo così ben scritto e documentato.
    Quel che a me più è piaciuto, è l'angolazione sociale-filosofica da lei ad un tema che diversamente, rischiava d'essere inquadrato solo sotto l'aspetto gastronomico, nutritivo e così via. Il pericolo del riduttivismo e/o della banalizzazione, infatti, esiste sempre.... ma lei ha saputo schivarlo egregiamente.
    Appena possibile tornerò su questo blog perchè (combinazione? Chissà!) proprio oggi ho citato questa fase e questo concetto di Feuerbach coi miei ragazzi, a lezione... e mi interesserebbe approfondire.
    Buona giornata.

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  4. Errata corrige: "è l'angolazione sociale-filosofica da lei DATA ecc.

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  5. Caro Anonimo, ti ringrazio ancora una volta per le tue riflessioni antropologico-sociali in punta di penna. Faccio mio il tuo "sono affamato dunque sono" considerando che la fame, in senso metaforico, è anche fame di sapere

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  6. mi piacerebbe osservare, cosa succederebbe se domani tutti si svegliassero ERBIVORI. oppure Tutti Carnivori..........MANGIATE il Domestico, o meglio quello della VOSTRA FATTORIA a kilometri ZERO che è meglio per tutti.......

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